L’acqua non è più soltanto una questione di emergenze estive, ma una partita infrastrutturale che riguarda la competitività e la sicurezza del Paese. È il messaggio emerso dal Festival dell’Acqua di Roma, organizzato da Utilitalia, dove 64 aziende del servizio idrico hanno sottoscritto il Patto per la Resilienza idrica. Le imprese, che gestiscono il servizio per quasi 42 milioni di abitanti, chiedono di passare dall’emergenza alla prevenzione. Una sfida resa più urgente dalla fine delle risorse del Pnrr: servono circa 6 miliardi di euro l’anno, contro i 4 miliardi garantiti dalla tariffa. E il divario con l’Europa resta significativo: gli investimenti italiani si fermano a circa 90 euro per abitante, contro una media europea di 115. Per Luca Dal Fabbro, presidente di Utilitalia e di Iren, occorre trovare nuovi strumenti finanziari senza scaricare tutto il peso degli investimenti sulle bollette. Tra le priorità indicate dal settore ci sono la riduzione delle perdite, la depurazione e la realizzazione di bacini per aumentare la capacità di risposta a siccità e alluvioni.
Presidente, le reti idriche italiane perdono in media oltre il 40% dell’acqua immessa. Quali sono le cause principali?
«Abbiamo diversi problemi nel settore idrico. Quello delle perdite è uno e, con la fine del Pnrr, mancano le risorse per poter andare avanti. Il Pnrr ha messo a disposizione in questi anni 6 miliardi di euro complessivi. La tariffa garantisce circa 4 miliardi all’anno, ma secondo i calcoli di Utilitalia avremmo bisogno ogni anno di 6 miliardi di investimenti per rendere il Paese più resiliente. Mancano quindi 2 miliardi ogni anno. Investiamo circa 90 euro all’anno per abitante nel periodo 2021-2026, contro una media europea intorno ai 115 euro».
Dove si concentra maggiormente il problema?
«Soprattutto nelle cosiddette gestioni in economia, dove gli enti locali si occupano direttamente del servizio idrico. Interessano circa il 12% della popolazione italiana: circa 1.300 Comuni, per 6,9 milioni di abitanti. Queste gestioni determinano investimenti inferiori perché hanno meno capacità di portare a terra i progetti e meno capacità di project management. Non per colpa degli enti locali, ma perché spesso non hanno strutture adeguate per gestire progetti complessi. Ci sono Comuni che investono 22 euro per abitante, contro una media di 90 in Italia e di 115 in Europa».
Con la fine del Pnrr, come si può colmare il divario senza gravare eccessivamente sui cittadini?
«Dobbiamo pensare a come reperire la finanza necessaria per rendere il sistema più resiliente. In Italia abbiamo perdite che sono in media del 42%, ma anche il tema della qualità del servizio e della disponibilità della risorsa, perché siccità e alluvioni creano ulteriori problemi. Servono bacini di laminazione, bacini di raccolta e opere infrastrutturali. Per questo abbiamo firmato il Patto per la Resilienza idrica insieme ad altre 64 aziende. Non stiamo dicendo che debba intervenire lo Stato: stiamo dicendo che mancano risorse. Se vogliamo avere acqua anche quando ci sarà siccità, bisogna investire».
La tariffa può essere aumentata oppure bisogna puntare su altre fonti di finanziamento?
«L’acqua in Italia costa meno che in Francia e Germania, questo è un fatto. Occorre quindi trovare metodi di finanziamento che possano spalmare nel lungo periodo l’impatto dei nuovi investimenti, perché è impensabile gravare oggi sulle casse dei cittadini per tutto il fabbisogno. Se il cambiamento climatico genererà più siccità, dovremo trovare insieme le risposte. Le priorità sono bacini di raccolta e di laminazione, nuova depurazione e riduzione delle perdite. Occorre condividere con le istituzioni un piano di investimenti di lungo periodo, in modo da gravare meno sulle tasche degli italiani».
Tra le soluzioni avete indicato anche il basket bond. Come funzionerebbe?
«Si mettono insieme più obbligazioni di piccole e medie imprese dentro un unico paniere finanziario. Questo riduce il rischio perché combina i bond di diverse aziende e, dal punto di vista statistico, il rischio è minore. Un rischio più contenuto rende lo strumento più competitivo e significa ridurre i costi, soprattutto per i cittadini. Il basket bond può essere una parte della soluzione, non l’unica».
Un altro tema è la frammentazione del settore, soprattutto al Sud. Per accelerare gli investimenti è necessario puntare sul consolidamento?
«Un certo consolidamento aiuterebbe a realizzare economie di scala. Le economie di scala permettono di creare sinergie e quindi di ridurre i costi, con benefici anche per i cittadini. Il nostro Patto tra operatori va nella direzione di assumere impegni sulla qualità, sull’efficienza, sulla depurazione, sulla formazione e sulla comunicazione. L’obiettivo è rendere il servizio più efficiente e resiliente».
C’è infine il tema della cybersicurezza. Quanto sono esposte le reti idriche agli attacchi informatici?
«Abbiamo osservato come Utilitalia che gli attacchi cyber alle nostre reti, elettriche, idriche e del gas, stanno aumentando anno dopo anno. Sono attacchi difficili da individuare nella loro origine, ma non c’è dubbio che il clima di tensione geopolitica e le paventate guerre ibride possano avere una relazione con questi fenomeni. Occorre rafforzare gli anticorpi cibernetici delle reti e investire. Bisogna lavorare con le istituzioni per facilitare lo scambio di informazioni e l’intervento quando l’attacco è molto pesante. La sfida è estendere la protezione cyber non soltanto alle grandi imprese, ma anche alle piccole e medie utility e alle realtà locali».
© Riproduzione riservata