Prada come Giano Bifronte? C’è il titolo quotato dal lontano 2011 a Hong Kong che certo non è stato generoso, per usare un eufemismo, con i suoi azionisti. Oggi, dopo vari saliscendi, il prezzo è pari a quello dell’Ipo di ormai 15 anni fa: 39,5 dollari di Hong Kong. Come se in tre lustri la performance dell’azione (dividendi esclusi) sia stata pressoché nulla. E poi c’è l’azienda, uno dei marchi più prestigiosi del lusso italico, che continua a crescere nonostante le avversità sul calo delle vendite che hanno investito l’intero settore dal 2023.
Due Prada agli antipodi come vedremo. Con la Borsa sicuramente più che deludente, mentre ricavi e utili continuano a irrobustire le casse della società, fondata e guidata da Patrizio Bertelli e Miuccia Prada. È di pochi giorni fa la pubblicazione dei conti del 2025 che vedono ricavi in espansione per il quinto anno consecutivo e con una marginalità operativa al 23,2% e utili netti per 852 milioni di euro su 5,71 miliardi di fatturato consolidato con un peso della profittabilità netta sulle vendite a sfiorare un buon 15%. In fondo Prada non ha fatto che ribadire la sua forza anche nell’ultimo esercizio, dato che quei valori di redditività non solo non li ha persi, ma li ha incrementati anche negli anni di buio dell’industria del lusso che ha visto forti cali nei ricavi e negli utili per molti big europei. Negli ultimi cinque anni il fatturato è salito senza sosta: nel 2021 valeva 3,36 miliardi, a fine 2025 iscrive 5,71 miliardi. Copione analogo per l’Ebit (l’utile operativo) passato da 490 milioni a 1,3 miliardi mentre l’utile netto è cresciuto da 294 milioni del 2021 a 852 milioni di fine 2025. A vederla così non può che essere definita una storia di successo aziendale. Anche se il punto dolente è che la grande corsa post-Covid si è andata lentamente affievolendo. Nel 2022 infatti il balzo del fatturato è stato del 25%. Da allora la corsa dei ricavi è scesa tutti gli anni a una sola cifra percentuale. E anche la marginalità operativa è andata lentamente consolidandosi: è dal 2023 che i margini di ebit e utili netti stazionano su livelli elevati certo, ma che non crescono anno su anno.
Una sorta di maturità dell’azienda che mantiene la rotta ma senza balzi in avanti dei ricavi e della profittabilità. E la Borsa ovviamente abituata a vedere il lusso come settore ad elevati multipli ma anche segnato da forti crescite si è messa alla finestra, abbandonando al suo destino molti big della grande moda, tra cui appunto Prada. Il titolo solo nell’ultimo anno ha perso il 40% circa scendendo da 65 dollari di Hong Kong ai 39 cui quotava in questi giorni, carichi di tensione per la guerra. Ma anche a 5 anni il bilancio è negativo con l’azione che ha lasciato sul terreno il 25%. E il massimo storico, toccato nella ormai lontana primavera del 2013 a 78 dollari di Hong Kong e mai più raggiunto, è a distanza siderale dai valori attuali.
L’ipo
Come si vede la Borsa non ama Prada. Oggi il titolo vale il prezzo dell’Ipo del 2011 quando la vendita del 20% del capitale portò nelle casse assa dell’azienda oltre 2 miliardi. E il difetto sta anche qui. L’80% delle azioni è saldamente in mano da allora alla famiglia Bertelli-Prada attraverso Prada Holding, controllata a sua volta dalle società personali della famosa coppia nella vita e negli affari. Un flottante ridotto a solo il 20% per un gruppo globale e dai ricavi miliardari rende la Borsa una mera vetrina. Il titolo non è liquido e poco scambiabile e basta poco, qualche movimento di qualche investitore-speculatore, per far impennare o precipitare le quotazioni.
Si è parlato a lungo di dual listing, però mai effettuato. Certo è che se ci fossero più azioni scambiabili, allora l’allure sul mercato di Borsa potrebbe rifarsi vivo. Del resto, a Patrizio Bertelli e Miuccia Prada sembra che le cose vadano bene così. In fondo gli utili permettono di distribuire lauti dividendi che da qualche anno hanno un pay out stabile del 50%. Significa (vedi tabella in pagina) veder salire verso l’alto oltre 400 milioni di cedole all’anno di cui l’80% finisce nelle tasche dei due creatori dell’azienda. Anche nel 2026 sarà distribuito un dividendo di 0,166 euro per azione, di fatto il 50% degli 0,333 euro di utili per azione per un valore di 425 milioni di euro.
La sfida
In fondo l’azienda se lo può permettere. Fino a ieri però. Ora per Prada, solitamente gruppo liquido e solido, le cose a livello finanziario si complicano un po’. A campeggiare nel consueto percorso dell’azienda c’è nel prossimo anno e in quelli successivi l’affare Versace. Il marchio della Medusa, comprato da Prada definitivamente a fine 2025, andrà integrato nel gruppo. Il problema è che Versace, pagata 1,25 miliardi di euro, viene da più di una stagione di forte crisi. A fine 2025 il suo fatturato risulta di soli 684 milioni rispetto agli 820 milioni del 2024 e ancora più in caduta dal miliardo del 2023. Una crisi profonda nelle vendite che ha impattato soprattutto sulla redditività con Versace che a marzo 2025, poco prima dell’accordo di vendita da Capri holding a Prada, perdeva oltre 50 milioni. Un bubbone che aveva affossato i conti del gruppo della moda americano che aveva comprato a sua volta Versace anni fa, pagando il doppio della cifra cui ha venduto a Prada. A guidare il rilancio del marchio della Medusa sarà il figlio della coppia, Lorenzo Bertelli. Compito che non sarà facile. Non solo andrà recuperato il profilo del marchio e ovviamente i volumi di vendita, ma ci sarà molto da lavorare per riportare in utile il mondo Versace.
Se si farà fatica nel percorso di risanamento, ovvio che sarà la stessa Prada a soffrirne. Il ceo del gruppo, Andrea Guerra, ha già messo le mani avanti una settimana fa dichiarando che Versace avrà comunque un impatto diluitivo sull’Ebit del gruppo. E un recupero è atteso, se tutto andrà bene, solo nel 2027. Non solo: l’acquisizione di Versace se ha un senso industriale, allargando il perimetro dei brand del gruppo che oltre a Prada e Miu Miu vanta Church, Car Shoe e Luna Rossa, ha però modificato in peggio la struttura finanziaria del gruppo.
Prada si è infatti indebitata per 1,5 miliardi per l’acquisizione e ora la posizione finanziaria netta si è ribaltata, passando da 600 milioni positivi del 2024 a una posizione finanziaria netta negativa per 465 milioni. Un cambio drastico di struttura finanziaria. Certo Prada che vanta un Ebitda vicino al 30% dei ricavi e un patrimonio netto più che solido se lo può permettere, ma di certo non è più il gruppo liquido di prima.
Oltre a Versace c’è qualche segnale che indica qualche rallentamento futuro. I ricavi del marchio Prada sono di fatto fermi, e la stessa Miu Miu protagonista di un exploit nei ricavi andati al raddoppio nel 2024, ora cresce a ritmi più cauti, intorno al 35%. Per gli analisti sono segni non certo preoccupanti, ma da tenere in conto. La potente macchina da guerra che negli anni subito dopo il Covid cresceva a ritmi del 30-40%, da un paio d’anni ha messo la marcia in folle. E la Borsa – finora non certo generosa con il titolo – quando i ritmi di crescita vengono meno, guarda altrove.
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