Avviso ai naviganti: la battaglia navale è appena iniziata. E l’Italia, suo malgrado, si trova proprio al centro della contesa. Che il nostro Paese e le sue eccellenze industriali siano da tempo nel mirino di alcune corazzatissime flotte straniere, del resto, è cosa risaputa. Certi abbordaggi aggressivi sono pure andati a buon fine, altri invece sono stati per fortuna respinti. E nuovi tentativi di incursione, per certo, non mancheranno. Dal mondo del lusso, passando per l’alta moda e la manifattura, le più prestigiose aziende italiane fanno sempre più gola ai grandi capitali esteri, che nei nostri asset strategici vedono consistenti opportunità di investimento e di conseguente profitto.
Ora, in particolare, le grandi manovre si stanno addensando attorno alla nautica di alta gamma, che rappresenta un vero e proprio orgoglio nazionale. L’Italia è infatti prima al mondo per export nella cantieristica e i superyacht tricolori rappresentano, da soli, il 50% del mercato globale. Questa posizione di forza necessita tuttavia d’essere costantemente difesa e consolidata, per non correre il rischio che i nostri tesori del mare finiscano sotto il controllo straniero e si ritrovino così a battere una bandiera diversa. Magari cinese o saudita.
Braccio di ferro
Al riguardo, è quantomeno sintomatico il braccio di ferro in corso tra gli azionisti del Gruppo Ferretti, guidato dal ceo Alberto Galassi, in vista del rinnovo del Cda fissato per maggio. Il fondo cinese Weichai, che già detiene il 38% del capitale, non solo ha di recente comprato oltre 153mila nuove azioni ma ha anche rifiutato l’offerta d’acquisto parziale lanciata da Kkcg Maritime, del ceco Karel Komarek. In gioco ci sono gli equilibri che determineranno la composizione del prossimo consiglio, sul quale gli asiatici intendono far valere tutto il loro peso. Come andrà a finire? Di certo l’italiano Galassi si presenterà all’appuntamento forte di risultati molto rilevanti, che ne hanno consolidato la decennale leadership: nel 2014 il top manager prese le redini di un’azienda sull’orlo della crisi, con un fatturato inferiore a 300 milioni, che rischiava di dover ridimensionare i suoi centri produttivi di Forlì e Ravenna, oggi fiori all’occhiello del marchio. Adesso, invece, il Gruppo Ferretti ha un fatturato da 1,2 miliardi con portafoglio ordini di quasi 1,5 miliardi.
Il piatto ricco in salsa tricolore piace molto ai cinesi, mentre i sauditi assaporano il menù finanziario di un altro nome illustre della nautica italiana. Ci riferiamo al Gruppo Azimut Benetti, controllato in maggioranza dalla famiglia Vitelli e, per il 33%, dal fondo sovrano saudita Pif (Public Investment Fund). Il colosso arabo da oltre 900 miliardi di dollari è senza dubbio una presenza emblematica, che conferma una tendenza trasversale e diffusa: quella che vede alcuni grandi asset italiani sempre più legati ai capitali stranieri. «Non penso alla quotazione in Borsa», aveva affermato in un’intervista a Moneta la presidente di Azimut Benetti, Giovanna Vitelli. Un orientamento che da una parte rivela una strategia di lungo periodo e che dall’altra punta a evitare che l’azienda diventi teoricamente più contendibile.
Punti fragili
Già, perché la vulnerabilità di fondo della nautica tricolore, quella su cui si disputerà la succitata battaglia navale, sta proprio nel fatto che le nostre eccellenze del settore siano in gran parte a controllo famigliare. L’eventuale e futuro bisogno di liquidità renderebbe queste aziende maggiormente esposte alle scalate dei grandi e strutturati portafogli stranieri, che già stanno facendo shopping con i nostri storici marchi della moda e del lusso. Non si tratta di rivendicare uno sterile protezionismo in un mercato sempre più globale, bensì di tutelare il vero Made in Italy, che nel settore della nautica si declina lungo una filiera da quasi 9 miliardi di valore.
All’elenco delle principali industrie del comparto appartiene poi anche Sanlorenzo, azienda quotata che da ormai vent’anni naviga spedita tra le mani del timoniere e ceo Massimo Perotti, il quale nel 2019 riacquistò il 23% delle azioni societarie dalla cinese Sundiro Holding, riportando la proprietà del prestigioso cantiere interamente in Italia. «Un segno in controtendenza», commentò lo stesso top manager, rivendicando il successo dell’operazione. Mentre asiatici, arabi e americani vanno all’arrembaggio sui mercati, restano orgogliosamente italiani anche lo storico Cantiere del Pardo, guidato dal ceo Marcello Veronesi, primo dei tre figli di Sandro, fondatore del Gruppo Oniverse, ma anche Apreamare e Cranchi, entrambi caratterizzati da una forte impronta famigliare nelle rispettive plance di comando.
Sfide future
Ora, sullo scacchiere della battaglia navale, l’Italia deve muoversi con avvedutezza e soprattutto decidere quale ruolo ricoprire nel medio e lungo periodo. Secondo Confindustria Nautica, infatti, la Cina, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia sono tra i mercati emergenti con maggiore potenziale di export per i nostri superyacht: presentarsi in quei contesti con aziende e barche davvero Made in Italy significherebbe alimentare un circolo altamente virtuoso per la nostra economia e per le piccole e medie imprese che la sorreggono. Perché se è vero che i capitali stranieri non sono affatto il male assoluto (anzi, in molti casi sono un’opzione strategica necessaria e molto utile), è altrettanto vero che l’identità gestionale delle nostre industrie è un valore aggiunto da custodire e rafforzare. Cinesi e sauditi sono partner commerciali coi quali è doveroso e auspicabile avere a che fare, ma il mare nostrum della nautica superlusso non può diventare solo affare loro.
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