Una centrale nucleare che funziona come il sole, ossia in grado di produrre energia grazie alla fusione nucleare. A questo progetto il big italiano dell’energia Eni ha creduto fin dal 2018, quando ha investito i primi 50 milioni di dollari in Commonwealth Fusion Systems rilevandone una partecipazione intorno al 20%. La società, uno spin off del Massachusetts Institute of Technology con valore stimato di 2,6 miliardi di dollari, ha costruito uno stabilimento a Devens, a pochi chilometri da Boston, negli Stati Uniti, dove avverranno i test che entro il 2027-2028 dovrebbero permettere di arrivare a un punto di svolta.
Geopolitica
Se nella “pancia” del reattore si riuscisse a generare più energia di quanta ne è necessaria per innescarla, questa nuova tecnologia di produzione nucleare avrebbe ricevuto la spinta decisiva per avviare il primo impianto commerciale. Una fabbrica che Cfs ha in costruzione e che, se tutto procederà secondo i piani, potrebbe essere allacciata alla rete all’inizio del prossimo decennio.
Eni ci crede molto, a tal punto da aver siglato lo scorso settembre un accordo per acquistare un miliardo di euro di energia prodotta da Arc, ovvero l’impianto da 400 megawatt di Chesterfield, in Virginia, che sarebbe anche la prima centrale a fusione su scala industriale. L’appuntamento è epocale, anche perché una centrale a fusione potrebbe completamente sovvertire lo status quo dell’attuale mondo dell’energia, ancora principalmente legato alla produzione tramite combustibili fossili. Questo avrebbe implicazioni geopolitiche profonde e positive, dal momento che il possesso e il godimento dell’energia sono spesso motivo di conflitto, anche militare. E del resto sarebbe un’arma necessaria nell’ottica di ottenere l’agognata transizione energetica in un’epoca dove il fabbisogno di energia è crescente di pari passo con la diffusione della mobilità elettrica e degli energivori data center necessari al proliferare dell’intelligenza artificiale.
La fusione nucleare, che richiede grandi quantitativi di energia per essere innescata, fungerebbe da moltiplicatore diventando un tassello del mix energetico globale molto più stabile delle rinnovabili. Come riporta la testata Energia Oltre, sulla sfondo c’è una corsa verso la nuova tecnologia che coinvolge tutte le grandi superpotenze globali: negli Stati Uniti tra giugno e settembre dello scorso anno solo i privati avevano investito 6,9 miliardi di dollari su 42 aziende mentre la Cina si ferma a 4,4 miliardi, concentrando però le risorse su 8 società. L’Europa si è fermata poco oltre i 700 milioni su 8 società. Tuttavia la vera consistenza dell’Ue è data dal progetto Iter, un reattore sperimentale nel Sud della Francia che ha anch’esso l’obiettivo di dimostrare che la fusione nucleare funziona. Tramite il suo braccio operativo F4e, l’Unione europea ha fornito finanziamenti pubblici-privati in varie forme per 6,8 miliardi di euro per alimentare la filiera industriale a supporto della fusione.
L’accordo
«Eni è impegnata a consolidare la collaborazione con Cfs tramite il proprio know-how tecnologico, sin da quando ha investito in Cfs nel 2018», ha spiegato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, commentando l’accordo dello scorso settembre con il quale il Cane a Sei Zampe si è impegnato ad acquistare energia da Arc. «In un contesto come quello attuale di crescente domanda di energia, Eni sostiene lo sviluppo dell’energia da fusione come nuovo paradigma energetico in grado di produrre energia pulita, sicura e virtualmente inesauribile».
L’accordo per l’acquisto di energia – di fatto un modo per dare ulteriore spinta e credibilità al progetto – arriva in seguito all’ultimo round di finanziamento di Cfs, dal valore di 863 milioni di dollari, nel contesto del quale Eni ha incrementato il proprio investimento nella società. Nel 2023, Eni e Cfs hanno inoltre siglato un accordo di cooperazione per collaborare allo sviluppo dell’energia da fusione. Nel dettaglio, la collaborazione tra le due società include supporto operativo e tecnologico, esecuzione progettuale attraverso la condivisione di metodologie mutuate dall’industria energetica, nonché rapporti con gli stakeholder.
Due strade
Cfs ha già ottenuto un primo, fondamentale successo riuscendo a costruire e testare con successo i magneti superconduttori ad alta temperatura, elementi chiave per realizzare Sparc, l’impianto dimostrativo per la fusione a Devens, nel Massachusetts. I magneti giocano un ruolo cruciale nella gestione e nel confinamento del plasma all’interno del reattore, ovvero una miscela di deuterio – ricavato dall’acqua del mare – e trizio, prodotto da una reazione fisica con il litio.
Nel progetto hanno creduto anche investitori di primo piano come il fondatore di Amazon Jeff Bezos e quello di Microsoft Bill Gates. Di quello che potrebbe accadere nel caso in cui tutti i test dessero esito positivo Eni e gli altri soci di Cfs hanno già cominciato a discutere. L’orientamento, sebbene nessuna decisione sia stata ancora presa, sarebbe quello di procedere con un modello di business basato sulle licenze: concedere ad altri, tramite il pagamento di una fee, la possibilità di utilizzare i propri brevetti per costruire impianti e iniziare a produrre energia elettrica da fusione. Per Eni le strade sarebbero due: rimanere nel capitale, con una quota di riguardo in una tecnologia tra le più rivoluzionarie della storia, oppure optare per la via della valorizzazione dell’investimento, con plusvalenze potenzialmente plurimiliardarie.
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