Ricomposta la cornice legislativa, l’Italia mette ora nel puzzle del nuovo nucleare tutti i pezzi che serviranno per rispettare la road map 2030. Si lavora, in particolare, sulla filiera e non senza sorprese. Daniela Gentile, ad di Ansaldo Nucleare, racconta a Moneta che l’Italia è in realtà il Paese «più nucleare, tra i non nucleari» e che ha saputo mantenere una delle filiere più articolate.
Da dove arriva tale resilienza dopo quasi quarant’anni dal referendum che decise la chiusura degli impianti?
«Il segreto è stato tutto nella capacità delle aziende del settore di lavorare all’estero. Per quarant’anni, in assenza di un programma nucleare nazionale, la filiera italiana ha continuato a sviluppare competenze partecipando a progetti internazionali: da Iter (fusione) in Francia alla Slovacchia, dal Regno Unito alla Romania, fino ad attività in Argentina e Cina. È anche grazie a questa presenza internazionale che oggi disponiamo ancora di competenze e capacità industriali significative».
Cosa ci manca?
«Copriamo sostanzialmente tutta la filiera, con l’eccezione della parte relativa al combustibile. Parliamo di un ecosistema che comprende grandi gruppi, medie imprese e piccole aziende, con una distribuzione indicativamente equilibrata, un terzo per ciascuna categoria. Complessivamente, contiamo oltre 70 aziende, anche se i numeri sono tuttora in fase di aggiornamento da Nuclitalia».
Quindi la filiera esiste già. Qual è oggi il passaggio più importante che deve compiere per essere pronta al nuovo nucleare?
«La filiera esiste ed è competente, ma il nuovo nucleare richiede un salto di qualità industriale. Le imprese devono passare da un’economia di scala a un’economia di serie: non basta più essere capaci di progettare e realizzare un componente una volta, bisogna essere in grado di produrlo molte volte, in tempi ravvicinati, mantenendo gli stessi standard di qualità e di sicurezza».
Un’evoluzione legata alle nuove tecnologie?
«Sì, è un modello fondamentale per gli small modular reactor. Se vogliamo realizzare una flotta di impianti standardizzati, dobbiamo avere una supply chain capace di accompagnare una produzione ripetitiva, con capacità produttiva adeguata, processi qualificati e tempi certi».
E quali sono i requisiti per entrare o rimanere nella filiera nucleare?
«Il settore nucleare richiede requisiti particolarmente stringenti. La certificazione è un passaggio fondamentale, ma da sola non basta. Serve soprattutto rigore e bisogna sviluppare quella che definiamo nuclear safety culture: un modo di lavorare nel quale qualità, sicurezza, tracciabilità e rispetto delle procedure non siano semplicemente requisiti formali, ma facciano parte del Dna dell’azienda».
Come potete aiutarle in questo?
«Con Rina, abbiamo lanciato a luglio un’iniziativa con la quale supportiamo le aziende nel primo passo, cioè nell’ottenimento di certificazioni nucleari come la Iso 19443, che rappresenta un primo livello di avvicinamento al mondo nucleare. In poche settimane abbiamo raccolto già una settantina di candidature. Ma il percorso non si esaurisce con la certificazione. Alle aziende che portiamo con noi chiediamo di preparare un modello industriale nel quale capacità produttiva e standard di sicurezza devono crescere insieme».
Questo vale anche per le piccole e medie imprese?
«Assolutamente sì. La presenza delle pmi è fondamentale: una filiera nucleare non può essere composta soltanto dai grandi operatori. Il punto è accompagnare anche le imprese più piccole in un percorso di qualificazione, aiutandole a raggiungere gli standard richiesti. Per una pmi può sembrare uno scoglio importante, ma non significa necessariamente affrontare investimenti o trasformazioni impossibili. Significa soprattutto essere rigorosi nella definizione dei sistemi, dei manuali, dei processi e delle modalità operative. Nel nucleare, inoltre, bisogna dimostrare con grande frequenza che quello che è stato dichiarato nelle procedure viene effettivamente applicato. È un percorso che richiede disciplina, capacità organizzativa e una cultura della sicurezza molto forte».
Quindi la capacità produttiva diventa un elemento altrettanto importante della certificazione?
«Sì. È uno dei punti sui quali dobbiamo lavorare maggiormente. Per questo servono anche programmi industriali credibili e una prospettiva di domanda sufficientemente stabile. Se un’impresa deve investire in nuovi macchinari, aumentare gli impianti, assumere personale o affrontare il percorso di certificazione, deve sapere che, una volta sostenuti questi costi, esisterà un mercato nel quale poter operare».
Le imprese non sono spaventate dalla possibilità che il contesto politico cambi e con essi i programmi nucleari?
«In questo senso, la certezza del programma è quasi importante quanto la tecnologia: possiamo avere competenze, tecnologie e imprese disponibili, ma senza visibilità sulla domanda è molto più difficile trasformare una filiera esistente in una vera capacità industriale per il nuovo nucleare. Va però detto che il futuro è nucleare e se non sarà in Italia, lo sarà di certo oltreconfine. Il mercato non manca».
Mimit e Mase hanno aperto la corsa delle imprese all’Ipcei di che si tratta?
«È una raccolta delle manifestazioni di interesse delle imprese italiane che vogliono partecipare all’Ipcei Int – Innovative Nuclear Technologies, il progetto di comune interesse europeo dedicato allo sviluppo delle tecnologie nucleari innovative. Il bando pubblicato dal Mimit fissa al 3 dicembre 2026 il termine per presentare le proposte e possono partecipare tutti dai grandi ai piccoli, anche in consorzio. Anche noi saremo della partita».
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