Aprile non sarà un mese come gli altri per la Formula 1. La guerra ha infatti costretto ai box la competizione con la cancellazione di due gran premi in Bahrein e Arabia Saudita. L’escalation ha posto sotto osservazione altre due tappe che rischiano quasi certamente di saltare: Abu Dhabi e Qatar sono appese a un filo.
Un evento extra ordinario per uno sport che fa della continuità e della programmazione globale uno dei suoi punti di forza.
Al momento, dal punto di vista economico, l’impatto è stato immediato, ma non rovinoso. Le gare cancellate rappresentano infatti una fonte importante di ricavi, soprattutto grazie alle cosiddette “hosting fees” pagate dai Paesi ospitanti e alle sponsorizzazioni locali, spesso sostenute da governi o grandi gruppi energetici, Aramco è per esempio uno degli sponsor chiave e più danarosi come global partner ufficiale.
Resilienza
Nel 2020 Aramco ha firmato un accordo di sponsorizzazione con la Formula 1, del valore stimato tra i 40 e i 45 milioni di dollari all’anno, più 65 milioni di dollari per ogni gara. Tuttavia, il modello di business della Formula 1, gestita dalla quotata Liberty Media, è strutturato in modo piuttosto resiliente: una parte consistente dei ricavi deriva infatti da contratti televisivi di lungo periodo che garantiscono entrate stabili anche in presenza di alcune cancellazioni, purché venga rispettato un numero minimo di gare, almeno 16 su 24. Questo spiega perché, nonostante il colpo iniziale, l’impatto economico complessivo rimanga per ora contenuto e gestibile, si parla di 200 milioni di perdite in ricavi. Ma al netto del mercato finanziario. Perché è qui che si inizia a sbandare. Il titolo di Liberty Media ha registrato un calo significativo, stimato in 2 miliardi, riflettendo non tanto la perdita immediata di ricavi, quanto il timore che la situazione possa peggiorare, cosa che effettivamente sta accadendo.
Gli investitori, infatti, stanno iniziando a prezzare un rischio più ampio: la forte esposizione della Formula 1 al Medio Oriente, una regione che negli ultimi anni è diventata centrale nella strategia di crescita del campionato.
Nodo critico
Ed è proprio qui che emerge il vero nodo della questione. Negli ultimi anni, la Formula 1 ha investito molto in quell’area geografica, attirata da contratti estremamente redditizi, infrastrutture moderne e una forte volontà politica dei Paesi del Golfo di utilizzare lo sport come leva di visibilità internazionale. Questo ha reso il calendario più profittevole, ma anche più vulnerabile a shock geopolitici.
Va tenuto presente che oggi il Medio Oriente da solo vale circa 10–15% dei ricavi globali della F1.
Situazione fluida
Se la situazione dovesse rimanere circoscritta alle cancellazioni già avvenute, l’impatto resterebbe probabilmente temporaneo.
«Ma lo scenario cambierà – dice un analista finanziario spiegando che – l’impatto sarà più che doppio se verranno annullati anche altri Gran Premi chiave, come quelli in Qatar e ad Abu Dhabi, che tradizionalmente chiudono la stagione e sono uno degli eventi più importanti dal punto di vista commerciale e mediatico». In quel caso, la perdita economica aumenterebbe sensibilmente (potrebbe arrivare a 4 miliardi) e, soprattutto, potrebbe entrare in gioco un rischio più serio legato ai diritti televisivi: se il numero di gare scendesse sotto una certa soglia, alcune emittenti potrebbero rinegoziare o ridurre i pagamenti.
Rischi altissimi
Un’eventualità del genere trasformerebbe una crisi temporanea in un problema strutturale, con conseguenze più profonde sia sui ricavi sia sulla percezione degli investitori. Il titolo potrebbe subire ulteriori pressioni e l’intera narrativa di crescita della Formula 1 verrebbe messa in discussione. A oggi il titolo Liberty Media ha perso circa il 10% dall’inizio del conflitto, ma la situazione è fluida perché il grande rischio che sta emergendo non è tanto la cancellazione di alcune gare, che potrebbero anche essere rimpiazzate, quanto la possibilità che l’instabilità in una regione chiave metta in discussione uno dei pilastri della crescita futura del campionato e del sistema Formula 1. Insomma, aver investito e puntato tanto nell’area oggi è un fattore di rischio altissimo per il futuro economico della Formula 1 che dovrà imparare a diversificare come è, ed è stato, per altri grandi business globali.
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