Se c’è un gruppo che più di altri ha sofferto della crisi del lusso di questi ultimi due anni, con una contrazione delle vendite o comunque un rallentamento rispetto ai tassi di crescita a doppia cifra, questo è Kering. La conglomerata della moda francese, che raggruppa marchi come Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta e altri brand minori, ha perduto ben 3 miliardi di fatturato solo nel periodo che va dal 2022 al 2024. Un secco -15% che ha ridotto le vendite da 20,3 miliardi del 2022 a 17,2 miliardi a fine 2024. E la flessione è proseguita a doppia cifra anche nel 2025. Il 10 febbraio la casa di moda di proprietà del miliardario francese François-Henri Pinault, che ne controlla il 42% del capitale, pubblicherà i risultati dello scorso anno. Numeri attesi che però, come detto, dovrebbero registrare un ulteriore calo sul 2024.
Il consenso di mercato raccolto da S&P Global Market Intelligence stima che i ricavi potrebbero collocarsi a 14,7 miliardi con un utile operativo a soli 1,66 miliardi. Si vedrà se il mercato avrà avuto ragione nelle sue previsioni. Sta di fatto che nei primi nove mesi dello scorso anno i ricavi si sono fermati a quota 11 miliardi con un calo del 14% sui nove mesi del 2024. Secondo indicazioni provenienti dal mondo degli analisti, l’ultimo trimestre 2025 potrebbe aver invertito la marcia, ma difficile che si possa andare oltre 15 miliardi di ricavi in ragione d’anno. Se così sarà, allora le entrate perse negli ultimi tre anni saliranno a 5 miliardi, di fatto un secco -25% dai livelli del 2022.
Una crisi profonda che non ha eguali tra i colossi del luxury. Il gigante europeo Lvmh e concorrente diretto di Kering ha visto nello stesso lasso di tempo aumentare, sebbene di poco, i suoi ricavi. Hermès, il gruppo più in salute, li ha visti crescere di 4 miliardi. L’italiana Prada, quotata a Hong Kong, è riuscita a incrementarli a doppia cifra. L’altro gruppo italiano, Moncler, li ha visti salire del 15%. Naturalmente, la brusca frenata delle vendite della controllata del gruppo Kering si è riflessa, amplificandosi, in Borsa. Nel 2022 Kering capitalizzava alla Borsa di Parigi 82 miliardi: in questi giorni vale intorno a 32 miliardi. Un falò di 50 miliardi che la dice lunga sulla fuga degli investitori dal titolo.
Ovviamente la caduta dei fatturati si è riverberata sulla redditività, crollata a soli 1,13 miliardi di utili netti nel 2024 contro i 3,7 miliardi portati a casa a fine 2022. Ed è probabile, dato il calo dei ricavi stimati anche nel 2025, che i profitti operativi scendano ancora, mentre qualche sorpresa positiva potrebbe arrivare a livello di utili netti grazie alle plusvalenze delle prime operazioni di cessioni di asset avviate negli ultimi mesi.
La grana più grossa che dovrà affrontare Luca de Meo – il manager dell’auto, allievo di Sergio Marchionne e poi ceo di Renault, chiamato pochi mesi fa per rimettere in pista Kering – è un marchio iconico e italiano e cioè Gucci. L’azienda toscana, acquisita da Kering nel 2020, e per anni «la spina dorsale del gruppo» come l’ha definita lo stesso tycoon francese, sta soffrendo una grave crisi che per il peso specifico si proietta su tutto il gruppo. Gucci infatti ha rappresentato fino a 3 anni fa la metà dei ricavi di Kering, scesi nel frattempo al 44% del totale. Ovvio che la crisi dell’asset più importante pesi e molto su tutto il resto. La relativa tenuta di Bottega Veneta, che ha perso nei primi 9 mesi del 2025 solo l’1% dei ricavi, e invece la crisi che stringe anche Saint Laurent, con ricavi scesi del 7% in 12 mesi, non permettono a Kering di compensare la crisi di Gucci. In realtà anche i marchi minori come Balenciaga e McQueen sono in flessione sulle vendite. Nei fatti brilla solo la divisione eyewear, che però fattura poco più di 1,3 miliardi l’anno. Quanto a Saint Laurent, la contrazione dura da tempo: nel 2023 il brand fatturava 3,2 miliardi, scesi a 2,9 miliardi nel 2024 e ora, nel primo semestre 2025, il fatturato si è fermato a 1,3 miliardi, presupponendo un’ulteriore annata in calo.
Ma se Gucci affonda quanto a performance, a preoccupare De Meo è un altro bubbone. Kering si è riempita di debiti negli ultimi anni. E la spesa per interessi non può che abbattere ulteriormente gli utili. Il gruppo è infatti zavorrato da 10,5 miliardi di soli debiti finanziari netti. Erano 2,3 miliardi nel 2022, saliti a 8,5 miliardi nel 2023 e arrivati ora a sfondare il tetto dei 10 miliardi. Giusta la domanda: che cosa ha fatto con tanto debito? Ha puntato sugli immobili, privilegiando le location di grido della moda mondiale, in particolare store, magazzini ed edifici di pregio comprati, quasi tutti a debito, soprattutto a Parigi. In più ha sottratto cassa all’azienda per praticare una politica iper generosa di dividendi per 1,75 miliardi nel solo 2023. Meno cassa e soprattutto la leva del debito andata fuori controllo. Per il settore delle luxury stock è anomalo aver accumulato tanta esposizione finanziaria. In genere i grandi della moda hanno pochi debiti, dato che generano molta cassa. Kering ha compiuto il percorso opposto: margini e cassa che si riducono e debiti che esplodono.
È il motivo più verosimile alla base del crollo delle quotazioni in Borsa. Il prezzo dell’azione, che ai massimi di 5 anni valeva 700 euro, in questi giorni oscilla attorno a 260 euro. Del resto, era inevitabile dato che il lusso quota a premio sulla normale manifattura, purché mantenga redditività crescente e senza l’ansia del debito.
Il confronto sulla profittabilità con gli altri colossi del settore è netto: Kering vanta un ebit margin, cioè un utile operativo sul fatturato, del 13%. Di fatto la metà rispetto a competitor come Lvmh, Prada e Moncler. In più c’è la zavorra del debito che nei bilanci dei concorrenti ha un peso relativo. Allora ecco che De Meo sta provando le prime mosse anti-debito: nei giorni scorsi ha raggiunto un accordo con il fondo Ardian relativo all’immobile di proprietà sito in Fifth Avenue a New York. L’edificio ospita spazi retail di lusso sviluppati su più livelli. In base all’accordo, l’asset è stato conferito in una nuova joint venture detenuta per il 60% da Ardian con Kering al 40%. Il valore complessivo dell’operazione è pari a 900 milioni di dollari con un incasso netto per Kering pari a 690 milioni di dollari.
Come si vede si comincia a vendere l’argenteria di famiglia, cioè quegli immobili su cui Pinault aveva puntato molto negli anni precedenti. Dimagrire quindi sul versante delle proprietà nel mattone di lusso per fare cassa. Non solo. Tra gli obiettivi c’è necessità di fare cassa anche con i business meno legati al lusso: a cominciare dalla divisione beauty, ceduta nell’ottobre scorso a L’Oréal. Ovvio l’obiettivo di concentrare le attività a partire dal malato Gucci, su cui di sicuro De Meo avrà qualche colpo in canna per il rilancio di vendite e profittabilità.
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