Gli altoforni Ilva vanno spenti prima che la Cassazione decida nel merito il blocco dell’area a caldo. La Corte d’Appello di Milano ha respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria, contro il decreto che dispone la sospensione dell’attività produttiva all’ex Ilva di Taranto.
Confermata l’efficacia del decreto 425/2026
Il Collegio, nella camera di consiglio del 30 settembre (la cui decisione è stata resa nota oggi), ha quindi confermato l’efficacia esecutiva del decreto n. 425/2026, con il quale era stata disposta la sospensione dell’attività produttiva, assegnando 90 giorni per completare le operazioni sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo.
La decisione arriva mentre sullo sfondo resta il ricorso in Cassazione, la cui udienza davanti alle Sezioni Unite è stata fissata per il 20 ottobre. E che, a questo punto, risulta “sterile” ai fini del risultato finale. Lo spegnimento degli altoforni è tendenzialmente irreversibile se non con onerosi investimenti.
Alla base della decisione, la Corte d’Appello ha riproposto i principio per cui la salute viene prima della continuità produttiva.
Eppure, le società avevano posto l’accento soprattutto sulle modalità tecniche con cui dare esecuzione al provvedimento, chiedendo in sostanza di poter mantenere gli impianti in una condizione di «pre-riscaldo» anziché procedere allo spegnimento degli altiforni. Una soluzione che, secondo la prospettazione delle ricorrenti, avrebbe consentito di evitare i danni che uno spegnimento completo potrebbe provocare e di preservare la possibilità di un successivo riavvio della produzione.
Per la Corte, tuttavia, si tratta di due piani distinti. Una cosa è stabilire come eseguire il decreto, altra cosa è valutare se esistano i presupposti per sospenderne l’efficacia. La richiesta di una sorta di autorizzazione a mantenere gli impianti in pre-riscaldo, osserva il Collegio, non rientra dunque nell’oggetto del procedimento cautelare.
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