Taranto si prepara a diventare una colonia, minore, dell’impero indiano? Nell’infinita gara per il salvataggio dell’ex Ilva la proposta di Jindal, accolta da taluni come competitiva, sembra essere la definitiva presa in giro di una serie di offerenti che (in questo caso anche nei numeri) stanno relegando la siderurgia italiana al peggiore dei destini: l’abbandono. Jindal garantisce infatti che produrrà 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, peccato che tra le righe ben nascoste delle indiscrezioni di stampa degli ultimi giorni si precisi che 2 milioni saranno prodotti a Taranto, ma gli altri 4 milioni in Oman, dove il gruppo ha una attività avviata e ha due forni elettrici. Un piano che non si comprende come possa essere considerato competitivo quando a qualsiasi osservatore appare come una chiara resa verso una mini-mini Ilva che un domani, può anche contare pochissimo per il nuovo eventuale socio indiano, ed essere abbandonata a se stessa. Una possibilità, certo. Ma di sicuro non quel rilancio che ci si aspettava. E che ovviamente avrà ripercussioni fortissime sul fronte occupazionale perché con 2 milioni di produzione gli addetti necessari non sono nemmeno un terzo degli attuali.
Gli ambientalisti
E che fine farà Taranto? La fine che ambientalisti, sinistra, Verdi, cittadini e magistrati auspicano da tempo. Perché dalla mini Ilva alla sua morte definitiva il passo sarà brevissimo. Le responsabilità saranno comunque sempre di qualcun altro, lo “straniero cattivo” che ha tradito i patti. Ci siamo già passati con i franco-indiani di ArcelorMittal. Ma sembra che il copione stia per ripetersi di fronte al silenzio assordante che avvolge l’Ilva in queste fasi di passaggio fondamentali. Quanto ai siti di Genova, la proposta non è chiara ma anche in questo caso pare che Jindal voglia disfarsene. Segnali su cui i commissari dovrebbero riflettere così come la politica tutta che nei giorni delle grandi tensioni internazionali sta invitando al tavolo un player che non ha come priorità l’interesse dell’Italia, dell’acciaio italiano e degli approvvigionamenti che servono al Paese. Al centro della valutazione non c’è soltanto la sorte dello stabilimento di Taranto e dei dipendenti ma l’intero assetto della politica industriale italiana, che continua a dipendere in maniera strategica dalla produzione siderurgica nazionale e che troverebbe in una rilanciata Taranto una boccata d’ossigeno.
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