I social creano dipendenza nei minori? Un processo appena iniziato in California è destinato a stabilire se i giganti del tech possano essere ritenuti responsabili del modo in cui progettano le loro applicazioni e delle loro conseguenze sul benessere psicologico delle persone. Secondo quanto riportato da Reuters, la protagonista della vicenda è Kaley, una ragazza di vent’anni che ha citato in giudizio Meta, casa madre di Facebook e Instagram, e Alphabet, la società madre di Google e YouTube. Secondo il suo avvocato le aziende hanno deliberatamente costruito prodotti concepiti per creare dipendenza nel cervello dei bambini, citando documenti interni che dimostrerebbero come tale strategia fosse intenzionale. Kaley sostiene che il design avvincente di queste app abbia alimentato la sua depressione e i suoi pensieri suicidi, portandola a una dipendenza iniziata quando era ancora molto piccola.
La difesa di Meta ha ribattuto duramente analizzando la cartella clinica della ragazza. Scavando nel suo passato, i legali del gigante hanno fatto emergere una storia personale segnata da abusi verbali e fisici, oltre a un rapporto teso con i genitori che avevano divorziato quando lei aveva solo tre anni, mettendo in dubbio che la sua vita sarebbe stata diversa senza l’uso di Instagram. Così entrambe le società continuano a negare tutte le accuse. Nel frattempo, altre aziende coinvolte inizialmente nel caso, come TikTok, hanno scelto di raggiungere un accordo economico con Kaley prima dell’inizio del processo.
La giudice Carolyn Kuhl della Corte superiore di Los Angeles ha chiarito ai giurati che le aziende non possono essere ritenute responsabili per i contenuti pubblicati da terzi, ma solo per la progettazione e la gestione delle piattaforme stesse. Sotto la legge statunitense, infatti, le società internet godono di ampie esenzioni di responsabilità per il materiale caricato dagli utenti, ma questo processo mira a scardinare tale difesa puntando sulla negligenza nel design e sulla mancata segnalazione dei rischi. Se la giuria dovesse dare ragione alla donna, riconoscendole un risarcimento per il dolore sofferto e potenziali danni punitivi, si aprirebbe la strada a migliaia di cause simili: solo in California se ne contano migliaia, mentre a livello federale sono oltre 2.300 i procedimenti intentati da genitori, scuole e procuratori.
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