Dallo stretto di Hormuz nel 2025 è passato circa il 20% del petrolio e del gas mondiale, con una media di circa 20 milioni di barili al giorno proveniente non solo dall’Iran ma anche da Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ogni mese circa 3.000 navi attraversano lo stretto. E il suo blocco rischia di scatenare una crisi energetica senza precedenti, con i prezzi dell’energia che hanno già iniziato a salire.
L’intervento di Trump
Si lavora quindi a delle strategie alternative. Donald Trump ha offerto alle navi una scorta per poter passare nello stretto, nonché polizze: molte compagnie di trasporto hanno infatti spiegato che al momento praticamente non esistono assicurazioni o hanno prezzi insostenibili; le compagnie che fornivano polizze in passato inoltre starebbero annullando le copertura per l’area del Golfo.
Il presidente americano con un post su Truth ha annunciato di aver ordinato, “con effetto immediato”, “allo United States Development Finance Corporation di fornire, a un prezzo molto ragionevole, un’assicurazione contro i rischi politici e garanzie per la sicurezza finanziaria di tutto il commercio marittimo, in particolare energetico, che attraversa il Golfo”.
Parigi
Anche la Francia di Emmanuel Macron è scesa in campo, annunciando “una coalizione per mettere in sicurezza il traffico marittimo in Medio Oriente”.
Via terra
Ma oltre alle promesse di protezione, si cercano rotte alternative. La scelta però è molto limitata e non in grado di rimpiazzare il passaggio delle petroliere da Hormuz. Fra le rotte di terra alternative, c’è quella che parte dall’Arabia Saudita che gestisce un oleodotto lungo 1.200 chilometri, in grado di trasportare fino a 5 milioni di barili di petrolio greggio al giorno. Inoltre, in passato l’Arabia ha già riconvertito temporaneamente un gasdotto per il trasporto di petrolio greggio.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno collegato i loro giacimenti petroliferi al porto di Fujairah, sul Golfo dell’Oman, tramite un oleodotto con una capacità giornaliera di almeno 1,5 milioni di barili.
L’uso di queste infrastrutture alternative, però, comporterebbe un calo dell’offerta di circa 8-10 milioni di barili al giorno.
Via mare
C’è poi il tema delle rotte alternative via mare per le quali assumono un ruolo fondamentale le Vlcc (Very Large Crude Carriers), navi porta-greggio di grandi dimensioni, con una stazza lorda compresa tra 200.000 e circa 320.000 tonnellate, considerate ideali per le lunghe traversate oceaniche, in particolare lungo le rotte che collegano il Medio Oriente ai mercati asiatici. Le Vlcc (e le loro sorelle ancora più grandi, le Ulcc) già rappresentano il 60% dei trasporti di greggio via mare e finora permettevano di risparmiare il 35/40% rispetto a imbarcazioni più piccole.
La capacità
Per ogni imbarcazione la capacità media è di 1,9–3,5+ milioni di barili, ma il loro grande limite è la ridotta flessibilità: quando nel 2022 le esportazioni libiche si sono interrotte, il riposizionamento delle Vlcc dall’Asia ha richiesto sei settimane, aggravando le carenze regionali.
La corsa dei prezzi
Al problema flessibilità però se ne sta aggiungendo anche un altro, ovvero quello dei costi che negli ultimi giorni sono esplosi: lunedì, le tariffe per le Vlcc dal Medio Oriente alla Cina hanno superato i 400.000 dollari al giorno, equivalenti al noleggio di una piattaforma di trivellazione di settima generazione. Normalmente le Vlcc vengono noleggiate a tariffe nell’ordine di alcune decine di migliaia di dollari al giorno.
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