Roberto Cingolani, 64 anni, dall’aprile 2023 è l’amministratore delegato di Leonardo. Ha diretto l’Istituto italiano di tecnologia di Genova ed è stato ministro della Transizione ecologica nel governo guidato da Mario Draghi. Oggi il tema della sicurezza nazionale è diventato centrale nella politica estera europea, e Leonardo è indubbiamente l’azienda leader su scala mondiale nel campo della difesa.
Cingolani, in tutto l’Occidente, da qualche anno, si parla solo di guerra e di difesa. È fatale che il ruolo di Leonardo aumenti in modo esponenziale. Ma non si sta esagerando con le proiezioni dei rischi e dunque delle valutazioni economiche del business?
«Sono in corso quasi sessanta guerre nel mondo. Solo negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale c’erano state così tanti conflitti. Viviamo una situazione bellica impressionante: è ovvio che le aziende che si occupano di difesa sono chiamate a uno sforzo speciale, perché si trovano di fronte a un grande aumento della domanda. No, non si sta esagerando».
Allude alla domanda di armi?
«Non esattamente: alludo alla domanda di sicurezza. Non confondiamo il concetto di arma con il concetto di sicurezza. Oltretutto tenga conto del fatto che non ci sono solo le guerre guerreggiate sul campo. Ci sono tante nuove forme di guerra che una volta non esistevano, come le guerre cibernetiche. Una nuova frontiera che fa riflettere».
Quanto incide la spinta che viene dal mercato sui vostri progetti aziendali? Vale per tutte le aziende che si occupano della difesa?
«Le grandi industrie della difesa sono partecipate dai governi. È logico che sia così. Dunque il mercato non è padrone assoluto. Faccio un esempio: può convenire accettare un ordine di armi da un Paese canaglia, ma il governo, per ragioni politiche, non lo permette. E tuttavia le grandi aziende – e Leonardo è un colosso sul piano internazionale – non possono non tenere conto delle regole del mercato internazionale. In tempi di pace questa contraddizione non crea problemi. In tempi di guerra essa richiede invece un grande equilibrio».
Si pensa che troppi anni di pace abbiano convinto l’Europa che le armi non servono. È davvero così?
«L’Europa ha vissuto 80 anni di pace e ha destinato le maggiori risorse a settori industriali non militari. Siamo il continente con più industria civile al mondo. Ma ora assistiamo alla saldatura e alla globalizzazione dei conflitti. Ci svegliamo all’improvviso e ci diciamo: “Oh, forse c’eravamo un po’ addormentati, ma ora dobbiamo reagire”».
In che senso reagire?
«Gli altri continenti hanno continuato ad armarsi e a fare guerre. Noi siamo rimasti indietro».
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Forse perché siamo popoli pacifici?
«Nessuno pensi che l’homo sapiens sia un essere pacifico. È un predatore, il predatore per eccellenza. Nella catena animale è il primo anello. Poi c’è sempre un “sapiens” più aggressivo degli altri, che assalta e invade. E allora devi pensare a difenderti. La pace è capacità di difesa e questo ha un costo. Ma è un costo necessario anche per conservare i nostri diritti fondamentali – compreso quello alla libertà – che se non sappiamo difenderci da chi li offende, sono messi in pericolo».
Entriamo nel merito delle singole situazioni. Dopo la lunga aggressione al paese ucraino, in che condizioni è la Russia? Cominciamo dall’economia.
«C’è un’economia che certamente si è trasformata investendo sul militare anche se emergono dei dati che evidenziano dei segnali di debolezza. È un Paese che conta oltre 1,2 milioni di morti mentre si continuano a reclutare giovani che vengono sottratti all’economia produttiva. Penso abbia qualche problema di salute».
Ma la Russia è davvero una minaccia per l’Europa?
«Se Mosca sposta truppe al confine con la Finlandia e invade l’Ucraina e disloca i missili ipersonici in Bielorussia beh, lei che dice? Per quanto si debba essere ottimisti, sono fatti che non depongono a favore di una prospettiva pacifista».
Sempre più spesso si sente parlare di minaccia missilistica. L’Italia ha un piano per difendersi da questa minaccia?
«Noi sappiamo che i russi sono in grado di colpire in pochi minuti le città europee. La nostra serenità si basa sulla speranza che non lo facciano. Ma questa non è deterrenza. La deterrenza è basata sulla contro-minaccia. In questo momento dobbiamo correre per recuperare terreno. L’Europa è un grande continente con grandi capacità e grandi risorse e bisogna correre ai ripari. Non c’è nulla di ideologico, c’è solo un tema di sopravvivenza».
Cos’è il piano “Michelangelo Dome”?
«Il Michelangelo è un progetto con sue risorse, una tecnologia che abbiamo ideato e stiamo sviluppando. È molto innovativo, interessa già ad altri Paesi, ed è pensato non per comprare nuove armi, ma per mettere quelle che ci sono in una rete che ci consenta di orchestrare tutti gli asset di difesa e bloccare una possibile minaccia. Si tratta di una tecnologia “open source” che permette di far dialogare diversi sistemi di difesa. Mi spiego: un mio aereo deve essere in grado di interagire e coordinarsi in pochi secondi con il carrarmato di un vicino o con la nave di un altro Paese amico, in modo da trovare subito la contromisura più efficace per contrastare l’eventuale minaccia».
Ma c’è anche un piano “Safe”. Lo può spiegare?
«Si tratta del Piano Europeo per finanziare l’acquisto di sistemi prioritari per la difesa. Noi stiamo lavorando con le Forze Armate e abbiamo un elenco di priorità valutate col ministero della Difesa. La più urgente è proteggerci dalle minacce, soprattutto da quelle aeree sotto forma di droni e missili».
Gli Stati Uniti prevedono a regime una spesa militare di 1.500 miliardi di dollari. L’Europa a quanto potrebbe arrivare?
«Gli ultimi dati che posseggo, di un paio d’anni fa, dicono che l’Europa investiva in armi la metà di quello che investivano gli Stati Uniti. Non è poco. Se teniamo conto che i nostri Paesi sono in pace, gli Usa sempre in guerra. Il problema è che gli investimenti americani vanno tutti a finanziare un unico Paese. I nostri si dividono in 27. È lì che noi siamo deboli».
Le frizioni tra Europa e Stati Uniti sono un problema reale o, come accade nei processi di aggiustamento dei rapporti diplomatici, si tratta di un gioco delle parti?
«Gli americani ci dicono: siamo stufi di pagare per difendere l’Europa. Giusto. Però per loro è anche un affare, perché l’Europa compra armi in America. Vogliamo dare alla Nato due gambe, una americana e una europea? Benissimo. Ma non va bene se una è robusta e l’altra gracile. Allora rafforziamo la gamba europea. Come? Costruendo armi in Europa. Benissimo. Naturalmente tutto ciò questo richiede del tempo. Ma soprattutto comporta anche uno svantaggio economico per Washington».
L’Italia, quanto a stabilità politica e tenuta dei conti, sta dimostrando di essere il Paese dell’Unione che può giocare un ruolo importante nella saldatura tra America ed Europa. Avrà la forza per fare riavvicinare i due paesi?
«A mio avviso sì. È un Paese fondatore dell’Europa e ha una cultura millenaria di tolleranza e di capacità di compromesso che altri Paesi europei non hanno. La credibilità riconquistata sul piano economico può fare il resto».
Può anticipare qualche idea tra quelle che andranno a comporre il prossimo piano industriale di Leonardo?
«Leonardo continuerà a posizionarsi come gruppo della sicurezza globale, che comprende tutto, anche la difesa. Abbiamo realizzato tutto quello che avevamo pianificato nel primo piano industriale, oltre ogni previsione. Abbiamo tutte le piattaforme, dal dominio terrestre a quello spaziale, navale, aereo e abbiamo investito molto sul digitale, l’intelligenza artificiale e la cybersecurity. Oggi abbiamo un vantaggio competitivo che pochi possono vantare e possiamo sviluppare prodotti e soluzioni che saranno in grado di rispondere alle minacce delle future guerre ibride».
Mi indica un numero che consentirà ai lettori di Moneta di capire di quali performance è capace Leonardo?
«Più 500 per cento è il dato della nostra crescita in Borsa negli ultimi due anni. Una performance molto più importante di quella delle aziende competitor straniere».
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