E’ finita la ricreazione, almeno per la maggior parte delle aziende italiane, che sono le Pmi. Con una percentuale che varia dal -4,8% al -7,7% lo scorso anno è crollato il ricorso al lavoro da remoto. Che poi fosse “smart”, o semplicemente “agile” lo lasciamo agli esperti di organizzazione aziendale. Di fatto è suonata la campanella del “back to office”. Anche in Italia. Uno dei primi segnali controtendenza era venuto dagli Stati Uniti. All’inizio del 2025 il ceo di Amazon Andy Jassy aveva messo fine all’esperienza ibrida attivata in virtù della pandemia: «Continuiamo a credere che i vantaggi dello stare insieme in ufficio siano significativi».
Postumi del Covid
Lo smart working rischia di finire catalogato solo tra i postumi del Covid. Sarebbe troppo, forse, anche perché in Italia sono ancora molti i sostenitori della remotizzazione del lavoro. Da noi capita spesso che l’approccio fideistico sostituisca l’analisi dei fatti. Dal tempo dei guelfi e dei ghibellini si preferisce schierarsi piuttosto che capire. Durante la pandemia il verbo dello smart working – che di “intelligente” aveva poco, e di remoto aveva tutto – si è imposto con la forza delle limitazioni alla mobilità e alla promiscuità. Ognuno a casa sua, magari a fare poco, ma non a fare niente. Ed era qualcosa, in quelle condizioni surreali. Dal 2020 a oggi il numero dei lavoratori in smart working è sostanzialmente dimezzato. Erano oltre 6,5 milioni allora, sono 3,5 oggi. E se non fosse per la conversione della pubblica amministrazione sarebbero ancora di meno. L’Osservatorio del Politecnico di Milano stima che i dipendenti pubblici in smart working siano 555 mila, con un aumento dell’11% nell’ultimo anno. Mentre in moltissime aziende – anche grandi, basti pensare a Stellantis – si archiviava l’esperienza, riducendola quasi a uno strumento di flessibilità di welfare aziendale per conciliare vita e lavoro, quasi il 20% dei lavoratori delle Pa italiane andava in smart working: e due terzi delle Pa italiane utilizzano almeno in parte questa organizzazione. Il timore è che prevalga il modello del poco (lavoro), meglio di niente.
La soddisfazione dei clienti
Normalmente per valutare la bontà di una organizzazione del lavoro si misura la soddisfazione della clientela. Per un’impresa profit la risposta la dà direttamente il mercato. Per chi voglia aggiungere una considerazione sulla reputazione servono indagini ad hoc. Per la pubblica amministrazione non può bastare la soddisfazione dei dipendenti, ma dovrebbe essere misurata quella dei cittadini. Non risulta che ci siano report in questo senso; mentre c’è una diffusa percezione che la remotizzazione non favorisca mai i servizi alla persona. E la Pa, in fin dei conti, questo fa: servire la persona, la famiglia, le imprese.

Una recente ricerca di Inapp ha misurato che nelle aree interne del Paese «la percentuale di attività non eseguibili da remoto si attesta al 62,2%» poiché in questi territori «c’è una prevalenza di attività che richiedono presenza fisica, dall’agricoltura all’artigianato, fino, appunto ai servizi alla persona». Insomma, il boom di smart working nella Pa rischia di essere solo un vantaggio per i dipendenti – si dirà che non è poca cosa – ma non per la loro produttività ed efficienza, che solo i cittadini-utenti potrebbero misurare. E poi ci sarebbe da discutere anche sul vantaggio dei dipendenti. Con lo smart working «i lavoratori e soprattutto le lavoratrici, con carichi di cura (figli e/o anziani a carico, ndr) percepiscono un peggioramento del proprio equilibrio vita-lavoro: oltre il 65% segnala un aumento dello stress, il 60,6% lamenta la riduzione del tempo personale, mentre più della metà dichiara di disporre di meno tempo per la famiglia».
Profezie smentite
Un’altra profezia rischia di essere smentita: lo smart working come panacea del lavoro nei borghi e nei paesi delle aree interne del Paese, al punto, da poter sperare – l’ottimismo non aveva confini dopo la pandemia – che si potessero ripopolare le aree più fragili del Paese. «Le aree interne – continua l’indagine Inapp – presentano un doppio svantaggio: da un lato, una minore telelavorabilità delle occupazioni; dall’altro, un rischio più elevato di sovraccarico».
Ma ci sono ancora i profeti dello smart working: «In Italia è oggi una realtà consolidata, soprattutto nelle grandi imprese – affermava qualche tempo fa Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano – sempre più organizzazioni abbandonano modelli tradizionali in presenza per adottare modelli ibridi che alternano il lavoro in sede a quello da remoto, in cui l’obiettivo è costruire un equilibrio virtuoso tra le due modalità, garantendo coesione di team, autonomia individuale e mantenimento del legame con l’organizzazione».
I colossi
Certo, nelle grandi aziende (non in tutte, abbiamo visto da Amazon a Stellantis segnali forti contrari) è possibile generare modelli ibridi: 4-1, 3-2 che non sono risultati di partite di calcio, ma rapporti tra giorni di lavoro in presenza e da remoto. Funziona? In certi casi sì, al punto da diventare premessa per modelli di orari di lavoro corti e cortissimi. Quindi spesso lo smart working si rivela una palestra per verificare la possibilità di creare la settimana cortissima, come è avvenuto in qualche gruppo bancario.
Secondo le proiezioni dell’Osservatorio del Politecnico, a trainare una crescita del lavoro da remoto del 5% per il 2025 saranno proprio grandi imprese e pubblica amministrazione. Addirittura, pare che a una possibile revoca dello smart working si opporrebbe il 73% degli interessati. Comprensibile, ma è un buon segno per il mondo del lavoro? Tra i dipendenti, spesso, l’obiettivo è inseguire l’ideale dell’autogestione: il 36% dei lavoratori che hanno possibilità di lavorare da remoto dichiarano di scegliere in completa autonomia i giorni di presenza. Finché dura.
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