Il mondo trema davanti all’IA: si diffondono scenari apocalittici in cui si preconizza la fine del lavoro. Negli Usa si moltiplicano gli annunci dei colossi tech che programmano tagli sanguinosi, ultima Amazon che parla di 16 mila nuovi licenziamenti da sommare ai 14 mila già decisi a ottobre. Sulla stessa scia tutti i big che stanno guidando la rivoluzione dell’intelligenza artificiale: negli Stati Uniti lo scorso ottobre su 172 mila licenziamenti ben 128 mila hanno colpito aziende tecnologiche. Per la prima volta a essere minacciate non sono posizioni ripetitive e facilmente automatizzabili di basso livello, ma i posti dei colletti bianchi: un’IA generativa in grado di creare da sola cambia per sempre il paradigma.
Diga
Chi sperava fosse possibile alzare una diga almeno in Italia contando su un intervento della magistratura da poco ha subito una doccia fredda. Una sentenza del Tribunale di Roma (la numero 9135/2025) ha stabilito che l’impiego delle nuove tecnologie per sostituire un’attività umana non inficia un licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Sempre a patto che siano rispettate anche tutte le altre condizioni richieste dalla legge. Premessa: il licenziamento per giustificato motivo oggettivo si ha quando la fine del rapporto di lavoro non è imputabile alla condotta del dipendente ma a ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro o al regolare funzionamento di essa, come nel caso di crisi economica, ristrutturazioni, chiusura di reparti, esternalizzazioni, introduzione di nuove tecnologie o soppressione delle mansioni. La vicenda giunta davanti al Tribunale romano nasce dal licenziamento per giustificato motivo oggettivo di una graphic designer impiegata nel team creativo e marketing di una società del settore cybersecurity, inserito dall’azienda all’interno di una complessiva riorganizzazione legata alla crisi economica e alla soppressione della posizione, ritenuta non più efficiente e funzionale: meglio concentrarsi sul core business e tagliare i costi delle risorse umane non vitali. La donna, a cui non era stato offerto un altro ruolo perché quelli disponibili erano ritenuti troppo specializzati per poter essere assunti da lei considerato il suo profilo professionale, aveva impugnato il licenziamento, sostenendo che le sue mansioni non erano state realmente eliminate ma ridistribuite fra i suoi superiori, che per svolgerle usavano anche strumenti di intelligenza artificiale. Il Tribunale si è limitato a prendere atto di questa scelta senza attribuirle un rilievo autonomo sul piano giuridico: in questo senso l’utilizzo dell’IA viene implicitamente riconosciuto come fattore legittimo di efficientamento.
La giurisprudenza
Una decisione che conferma una linea già seguita dalla giurisprudenza, che considera legittimo tener conto dell’evoluzione tecnologica, a questo punto IA compresa, quando si parla di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, come spiega l’avvocatessa Claudia Ogriseg, specializzata in diritto del lavoro, cassazionista e membro dell’Associazione Giuslavoristi Italiani (dove ricopre la carica di vicepresidente della sezione Friuli Venezia Giulia) e dell’European Employment Lawyers Association. «L’IA generativa è uno tsunami da cui stiamo cercando di proteggerci con una diga costruita da castori e che non è nemmeno finita», spiega a Moneta, «la sentenza ribadisce principi già noti, non credo che ci siano dei motivi giuridici per cui l’intelligenza artificiale possa essere valutata in modo diverso rispetto ad altre innovazioni tecnologiche del passato come i computer». Il nodo, secondo l’avvocatessa, è iniziare ad affrontare la «vera e propria rivoluzione industriale in atto» modificando gli strumenti e le leggi, visto che il diritto del lavoro è ancora basato su modelli novecenteschi.
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Il primo punto è quello della formazione, che troppo spesso rimane solo sulla carta. «L’AI act europeo, che entrerà in vigore a tappe fra giugno 2026 e giugno 2027, prevede l’obbligo di formazione per le aziende ma questo obbligo è privo di sanzioni. Purtroppo molte aziende non si rendono conto del ruolo fondamentale che la formazione ricopre sia dal loro punto di vista (per la difesa del know how e l’efficientamento dei processi), sia da quello dei dipendenti (che perdono la chance di essere riqualificati e destinati ad altre mansioni). Purtroppo spesso le imprese sottovalutano l’importanza di sapere usare e governare l’IA e i pericoli derivanti dalla condivisione di dati societari con strumenti di intelligenza artificiale: il rischio è licenziare dipendenti considerati superflui per poi dover fare marcia indietro e riassumere perché il sistema ha bisogno di una supervisione umana. Urge formarsi e formare. Vietare non è una scelta percorribile. Indagini recenti evidenziano la diffusione dell’“uso ombra” dell’intelligenza artificiale: si stima che circa il 70% dei dipendenti la impieghi in modo non ufficiale, a insaputa dei manager, per aumentare la produttività e svolgere le proprie mansioni più velocemente mettendo però a rischio il know how aziendale e affidandosi ingenuamente a dei risultati approssimativi dell’intelligenza artificiale generativa, spesso senza supervisionare».
Produttività
L’IA, che sembra capace di svolgere in maniera estremamente veloce mansioni affidate sino a ora alle persone, ha messo a nudo un problema di produttività delle risorse umane. Un altro macro tema è quello che riguarda diritto del lavoro, stipendi, contratti collettivi: «Ci troviamo in un sistema che si basa su una concezione di lavoro legata a vecchi modelli organizzativi: ti pago perché tu passi un certo tempo in azienda a svolgere determinate attività. Questi criteri di definizione delle retribuzioni nella realtà stanno saltando, ma restiamo ancorati al passato». Un ingessamento che ha resistito anche allo spartiacque Covid: «Quando siamo finiti a lavorare a casa abbiamo mantenuto gli stessi criteri per retribuire le persone: ci siamo limitati a svolgere l’attività in telelavoro, non abbiamo sviluppato lo schema normativo dello smart working, che prevedeva che retribuissimo per obiettivi più che sulle ore lavorate in un certo luogo. Un modello che ricorda più il lavoro manageriale che quello del classico dipendente. L’intelligenza artificiale ha messo in crisi l’elemento temporale perché sembra essere in grado di svolgere attività sinora affidate alle persone in maniera estremamente veloce. E, se non siamo “educati digitalmente”, ci fidiamo dell’IA senza adottare misure per mitigare i rischi di utilizzare risultati allucinati o non corretti perché non supervisionati».
I sindacati
Un tema che investe pure i sindacati: «I rappresentanti dei lavoratori dovrebbero formarsi e molto velocemente, perché sono rimasti indietro, a prima del digitale: i cambiamenti del mondo del lavoro hanno travolto anche loro».
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