Mediobanca festeggia 80 anni affrontando il più grande cambiamento della sua storia. La scalata conclusa con successo da Mps ha sovvertito una retorica, tutta italiana, che tende a trasformare le grandi istituzioni finanziarie in monumenti intoccabili. La più famosa banca d’affari del nostro Paese è un esempio calzante: celebrata come architrave del capitalismo nazionale, evocata come una regia salvifica nei momenti di crisi e l’artefice illuminata di equilibri industriali che avrebbero salvato l’Italia.
La storia di Mediobanca è costellata di episodi che ne rivelano la natura da «centauro», come la definì lo storico fondatore Enrico Cuccia per indicare la sua natura metà privata e metà pubblica. Il caso Sindona, come altri episodi degli anni Settanta, racconta bene il duplice ruolo di Mediobanca: da un lato la difesa del sistema, dall’altro un centro di potere che ha consolidato un modello poco trasparente. Un luogo lontano dai riflettori dove si costruivano alleanze e si fermavano scalate sgradite: insomma, la famosa “stanza dei bottoni” non era una metafora giornalistica, ma una pratica consolidata. Negli anni del boom economico, l’istituto accompagnò operazioni importanti, ma contribuì anche a irrigidire il capitalismo italiano in una struttura chiusa, relazionale, poco contendibile. Attraverso strumenti come le partecipazioni incrociate, i patti di sindacato, la difesa a oltranza degli assetti esistenti: un aspetto che si è ben visto nel corso della scalata di Mps, quando in Piazzetta Cuccia c’era un management che aveva imbullonato il suo lungo regno proprio su un’inscalfibile (almeno fino all’anno scorso) patto tra soci. Cercando sponda tra coloro che in assemblea avevano più a cuore lo status quo e il ritorno di breve periodo, piuttosto che un’evoluzione di lungo termine.
Sta di fatto che la fondazione del 1946 è stata senza dubbio un passaggio cruciale per la storia del Paese. Il banchiere Raffaele Mattioli e il suo delfino Cuccia – allora quarantenne – capirono che all’Italia devastata del dopo-guerra ci voleva un istituto specializzato nel credito a medio termine per rispondere alle esigenze reali che si sarebbero presentate. Già a partire dagli esordi però la sua storia si caratterizzò con un’ambiguità per lungo tempo irrisolta: era un soggetto formalmente di mercato, ma che si inseriva dentro l’orbita dell’Iri, istituto pubblico che controllava soggetti bancari come la Comit, il Credito Italiano e il Banco di Roma.
La progressiva privatizzazione degli anni Ottanta e Novanta avrebbe potuto rappresentare una possibilità di svolta. Ma ha prodotto solo uno spostamento del controllo dal pubblico al privato, senza pensionare del tutto le logiche del passato. Il gruppo allo stesso modo contava pochi azionisti forti, relazioni consolidate, una governance che tendeva a riprodurre sé stessa. E quindi l’opportunità di una ritirata dell’azionista pubblico si è solo tradotta in una mera redistribuzione del potere. In quegli anni, intanto, la banca dovette giocoforza cambiare pelle attraverso la dismissione delle partecipazioni storiche per entrare in un nuovo mercato (seppur in grave ritardo rispetto ai competitor europei) come quello della gestione patrimoniale. È proprio in questa fase che nacque Banca Esperia. Mentre nel 2008 venne lanciata CheBanca!. Un’iniziativa presentata come una svolta innovativa, ma che ha impiegato anni per trovare una redditività convincente. Nel frattempo, Mediobanca continua a dipendere in modo significativo da alcune partecipazioni chiave, a partire da Generali, che rappresentano ancora oggi una fonte cruciale di utili ma anche un vincolo strategico.
Le tensioni recenti tra management e grandi soci non sono un incidente di percorso, ma il riflesso di una struttura proprietaria che resta fragile. Aspetto con cui si deve fare i conti quanto il controllo si gioca tra pochi attori forti, con il rischio che le decisioni strategiche siano guidate più da equilibri interni che da una vera visione industriale di lungo periodo. Il confronto su Generali è stata la dimostrazione plastica di questo problema: un confronto di potere, più che un dibattito serio sul futuro della prima compagnia assicurativa italiana.
L’ingresso nell’orbita di Mps apre ora un nuovo capitolo, carico di aspettative ma anche di incognite. L’idea di costruire una “JP Morgan italiana” suona bene nei titoli, ma appare ambiziosa se non velleitaria alla prova dei fatti. Le sinergie esistono sulla carta, ma sul percorso esistono tanti ostacoli. A partire dalla necessità di conciliare culture aziendali diverse e storie così complesse, con il rischio tutt’altro che remoto di inseguire una narrazione più che una strategia. Sta di fatto che 80 anni dopo la sua nascita Mediobanca resta un attore centrale del sistema finanziario italiano. Ma non è possibile narrare la sua storia associandola solamente al successo. È anche il racconto di un capitalismo che ha faticato ad aprirsi, che ha privilegiato la stabilità rispetto alla competizione, che ha spesso confuso l’interesse generale con quello dei suoi protagonisti. Ed è da queste ombre che è utile imparare per non ripetere, oggi, certi errori del passato.
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