Nino Tronchetti Provera, classe 1968, ha fondato e gestisce Ambienta sgr, azienda leader negli investimenti che puntano alla sostenibilità ambientale. Prima di fondare Ambienta aveva lavorato con successo in McKinsey e in Telecom.
Provera, il suo impegno sulla sostenibilità risale ai primi anni Novanta. Nella tesi di laurea lei argomentava su come la sostenibilità ambientale potesse essere non solo una sfida ma un’opportunità di sviluppo per le aziende. Da dove nasceva questa sua convinzione?
«È nata per caso. Ho preparato la tesi di laurea su un argomento di cui pochi sapevano. Avevo l’obiettivo di essere assunto da McKinsey. Ci riuscii. entrai come analista che è l’entry level, e convinsi l’azienda a creare la prima “practice ambientale” di McKinsey nel mondo».
Adesso nella “practice ambientale” di McKinsey ci lavorano migliaia di persone…
«Sì. La prima fu creata nel 1993 a Milano da me e Rolando Polli, che era il grande capo di McKinsey di Milano. Il mio obiettivo era trovare spazio in un mondo estremamente competitivo. Posso dire che all’inizio il mio incrocio con i trend ambientali fu soprattutto opportunistico. Io avevo una idea fissa da quando ero bambino: fare l’imprenditore».
E lì ha visto una strada da imboccare. Poi cosa è successo?
«Anno dopo anno ho messo a fuoco un fatto in sé banale, ovvero che l’umanità ha impiegato 2.000 anni per arrivare da zero a 2 trilioni di dollari di economia globale nel 1968, e meno di 60 anni per passare da 2 a 100 trilioni di dollari».
Un fatto positivo.
«In un certo senso sì. Questa accelerazione mostruosa ha prodotto molti benefici perché si è raddoppiata l’aspettativa e ha sensibilmente migliorato la qualità di vita. Ma ha portato con sé dei problemi. Li vediamo tutti: la spazzatura per strada, la plastica nel mare, a Catania c’erano delle onde di 16 metri un mese fa, un palazzo di cinque piani….».
Come legge tutto ciò?
«L’economia è cresciuta più di quanto il pianeta si possa permettere. Semplicemente non ci sono risorse sufficienti per alimentare un economia di 100 trilioni basata sui “business model” tradizionali. Il prezzo delle risorse naturali è esploso, e quindi si va a caccia di risorse naturali in Venezuela, in Groenlandia, i cinesi che dominano in Africa, gran parte delle guerre in corso, e così via. Dall’altra parte, il pianeta non riesce più a digerire l’inquinamento che generiamo».
Questioni etiche…
«Non sono questioni etiche, non è religione, non è politica, ma è molto banalmente una enorme differenza fra domanda e offerta, e questa differenza crea un problema gigantesco agli 8 miliardi di umani che abitano la terra. D’altra parte questo problema crea delle grandi opportunità per quei business che in maniera profittevole oggi sono in grado di risolvere attenuare problema: cioè fare le stesse cose ma con un minore utilizzo delle risorse o generando meno inquinanti».
Oggi chi abbraccia il business sulla sostenibilità lo fa sapendo di cogliere un’opportunità importante, quando lei l’ha abbracciato, nel 2007, non era così chiaro.
«Dopo la partecipazione alla Conferenza di Kyoto, ed avendo già sperimentato sul campo le mie idee con il gasolio bianco e i primi impianti eolici, in piccolo mi ero già cimentato nel fare “l’imprenditore ambientale”, quell’opportunità l’ho vista in maniera chiara».
Che opportunità ha visto?
«L’Italia si è confrontata per la prima volta con problemi ambientali 60-70 anni fa, tutti ricordano il dramma di Seveso in Italia, ma ancora prima la famosa nebbia di Londra quando nel 1952 morirono oltre 8 mila persone in una settimana. Piano piano nel mondo occidentale abbiamo iniziato a darci qualche regola, e abbiamo iniziato a sviluppare molte soluzioni. E sono quindi nati tanti campioni ambientali, che avevano tali soluzioni e facevano soldi. L’opportunità che ho colto è stato capire che di queste soluzioni ne stiamo adottando ancora poche rispetto a quello che potremmo».
Faccia qualche esempio.
«Le bottigliette del Pet, quelle della plastica: sappiamo riciclare questi materiali da oltre vent’anni, ma oggi ne ricicliamo solo il 15%. Tutti parlano del problema dell’acqua, che è un problema gigantesco. Noi inquiniamo l’acqua con l’agricoltura, con l’industria, in molti altri modi. Oggi ricicliamo meno del 2% dell’acqua che inquiniamo. Noi sappiamo ridurre i consumi elettrici del lighting, che vale il 10% dei consumi elettrici nel mondo, i Led valgono il 70-80% ma li usiamo molto poco».
L’opportunità è moltiplicare?
«Sì. Centinaia di aziende avevano queste tecnologie, che nel tempo non potevano che crescere. Quindi abbiamo deciso di investire in questi campioni. Ma per farlo su scala avevamo bisogno di molti capitali. Quindi se tu hai un progetto che ha bisogno di tanti soldi, la strada è stata diventare un asset manager credibile».
Quali prove concrete ci sono che la finanza sostenibile non è soltanto una scelta etica, ma anche una strategia economicamente vincente?
«I numeri. Se guardo tutti i nostri portafogli, private equity, private credit, public equity, e faccio una media, stiamo parlando di aziende che crescono del 10% l’anno, quindi parliamo di tre volte la crescita media dell’economia mondiale, e parliamo di aziende che hanno una redditività media netta del 20%. Noi oggi gestiamo circa 140 fabbriche in quattro continenti, queste aziende contano oltre 12.000 dipendenti che producono più di 500 milioni di euro di free cash flow l’anno. Quindi è business allo stato puro. Ed infatti gestiamo 5 miliardi di euro che stanno crescendo velocemente».
I megatrend ambientali stanno ridefinendo interi settori industriali. Quali comparti vede oggi con il maggior potenziale di crescita?
«Sta cambiando il food and beverage, perché chi compra cibo e bevande li vuole sempre più sani, tant’è vero che noi abbiamo avuto enorme successo con gli ingredienti coloranti aromatizzanti naturali. Sta cambiando il settore dell’acqua, dove c’è moltissimo da fare per riciclarla, per pulirla, per non buttarla e quindi là noi abbiamo investito moltissimo e in molte altre direzioni, pompe d’acqua, per dirne una. L’elenco è lungo».
Da quali settori vi tenete alla larga?
«Non abbiamo mai messo un euro sul solare, sulle auto elettriche, sull’idrogeno, e se è vero come è vero che siamo tra i più grandi investitori in trend ambientali nel mondo, e non abbiamo mai toccato questi settori, lascio a lei immaginare il perché».
Quali sono le caratteristiche che rendono un’azienda sostenibile anche dal punto di vista della creazione di valore?
«Anzitutto il concetto di green companies è un concetto sbagliato. Le caratteristiche delle aziende ambientali sono le caratteristiche di ogni buona azienda. La differenza sta nel modo in cui si gestisce l’azienda, perché il rischio di fallimento non è basso».
Le prospettive di Ambienta?
«Stiamo provando a diventare i primi al mondo, quindi il progetto imprenditoriale è creare una realtà globale. Ci vorranno molti anni. Oggi sono globali le nostre aziende e la nostra base di investitori, abbiamo finito la costruzione della piattaforma europea, siamo a Monaco di Baviera, a Stoccolma, a Londra, a Parigi, a Milano. Il prossimo step? Gli Stati Uniti».
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