Nelle imprese familiari italiane il ricambio generazionale continua a seguire schemi tradizionali: oltre l’80% delle pmi, vale a dire 8 su 10, non ha ancora definito un piano formale per la successione e tende a considerare naturale che la guida passi a una figura maschile. Tuttavia, i dati dimostrano che la leadership femminile è associata a performance economiche migliori e a una crescita più sostenuta dei ricavi.
È quanto emerge dall’ultima ricerca realizzata da I-AER (Institute of Applied Economic Research) su un campione di 1.743 piccole e medie imprese familiari. Lo studio evidenzia inoltre una sfida imminente: il 69% delle aziende coinvolte nell’indagine dovrà affrontare un passaggio generazionale entro i prossimi cinque anni.
L’indagine mette in luce una contraddizione significativa. Se il 93% delle imprese attribuisce alle donne un ruolo fondamentale nella trasmissione dei valori aziendali e nella gestione delle relazioni interne, il 43% continua a considerare la leadership femminile meno adatta ad affrontare situazioni di rischio, percependola come più orientata alla mediazione e meno incisiva nelle decisioni strategiche.
“Il dato fotografa un automatismo culturale – spiega Fabio Papa, direttore scientifico di I-AER – quando la successione non viene progettata, il successore naturale continua spesso a essere immaginato al maschile. Il problema non è la mancanza di competenze – dato che le donne rappresentano oggi il 60% dei laureati italiani – ma il fatto che queste competenze non vengono portate nei luoghi in cui si costruisce la leadership”.
Perché le donne restano ai margini della successione
I ricercatori individuano tre fattori principali che ostacolano il coinvolgimento femminile nei processi di passaggio generazionale:
- Minore partecipazione alle attività strategiche: le donne vengono coinvolte meno frequentemente nella gestione dei clienti più importanti, nei rapporti con fornitori chiave e nelle trattative commerciali più delicate.
- Scarsa presenza nei processi decisionali: partecipano in misura inferiore alle riunioni in cui si definiscono investimenti, strategie aziendali, rapporti con il sistema bancario e assetti proprietari.
- Persistenza di stereotipi culturali: continuano a subire pregiudizi che ne riducono la visibilità e il riconoscimento come figure di riferimento per la guida dell’impresa.
Quando il loro ruolo rimane confinato ad attività amministrative o organizzative, diventa più difficile acquisire l’esperienza e la credibilità necessarie per essere considerate candidate naturali alla successione.
I risultati economici premiano la leadership femminile
L’analisi dei bilanci aggregati relativi al periodo 2015-2025 smentisce molti dei luoghi comuni ancora diffusi. Le imprese guidate da donne mostrano infatti tassi di crescita superiori rispetto a quelle a conduzione maschile in tutti i principali comparti economici.
Nel complesso, le aziende femminili registrano una crescita media del fatturato pari al 6,13%, contro il 5,32% delle imprese guidate da uomini, con un vantaggio di 0,82 punti percentuali.
Il divario risulta particolarmente evidente nel settore del commercio, dove le imprese a leadership femminile crescono del 5,90% annuo rispetto al 4,60% delle aziende maschili. Anche nei servizi le performance risultano migliori, con una crescita del 7,40% contro il 6,55%. Persino nel comparto produttivo, tradizionalmente caratterizzato da una minore presenza femminile e da percorsi di successione più complessi, le imprese guidate da donne mostrano risultati superiori: +5,10% rispetto al +4,80% delle aziende guidate da uomini.
I dati suggeriscono quindi che una maggiore apertura alla leadership femminile non rappresenta soltanto una questione di equità, ma può tradursi anche in un vantaggio competitivo concreto per le imprese familiari italiane.
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