Più il tempo scorre e più si va avanti, più l’operazione rete unica si fa difficile. A oggi FiberCop e Open Fiber permangono molto distanti e al centro di una competizione aggressiva. Lo Stato è presente in entrambe le compagini azionarie, con il ministero dell’Economia al 16% nella prima a fianco del fondo F2i con l’11,2%; e la Cassa depositi e prestiti al 60% nella seconda. Il desiderio sarebbe quello di creare una rete unica per rendere più sostenibile un settore che richiede forti investimenti. Le nozze, se celebrate prima della fine del 2026, farebbero scattare anche un bonus fino a 2,5 miliardi per Tim (all’avverarsi di certe condizioni) stabilito ai tempi della vendita della rete agli americani di Kkr.
Il dilemma più grande però è costituito dagli azionisti privati, che sembrano essere tutt’altro che convinti dell’opportunità delle nozze. In FiberCop, Kkr ha il 37,8% delle quote e peraltro ha coinvolto suoi clienti come Adia e il fondo pensionistico canadese Cpp (entrambi col 17,5%). Dall’altra, l’oste con cui fare i conti è il fondo infrastrutturale australiano Macquarie che ha il 40% (a fronte del 60% di Cassa depositi e prestiti) e certo non vede di buon occhio una fusione troppo penalizzante che costringa a cedere (o addirittura spegnere) le cosiddette aree nere, i tratti di rete più profittevoli nelle zone più popolose. Il tema su questo fronte è la concorrenza, l’Europa avrebbe già detto di no alla nascita di una situazione di monopolio, pertanto, si dovrebbero vendere porzioni di rete.
la copertura
Ma non è solo questo: in questi anni, le due aziende hanno continuato ad ampliare la copertura con quasi il 78% delle famiglie italiane ad avere la possibilità di accedere alla fibra. Uno dei grossi vantaggi della rete unica era unire le forze sugli investimenti: un treno che ormai sembra passato, con sinergie che al più si limiterebbero alla manutenzione. Non ci sarebbero possibilità di efficienze sulle aree meno popolate, quelle bianche e grigie, dove non c’è sovrapposizione. C’è poi un nodo legato alla valutazione di Open Fiber e FiberCop: la prima ha in pancia le aree bianche e parte delle grigie, che sono di interesse pubblico (Deloitte calcola che ogni euro investito abbia generato 4,4 euro di Pil), ma sono di scarso appeal per un fondo d’investimento. Secondo diverse ricostruzioni, Kkr non fornirebbe una valutazione in grado di soddisfare gli azionisti del competitor. Secondo fonti di mercato, Macquarie (che ha investito oltre 2,5 miliardi in Open Fiber) per risolvere i problemi di concorrenza proporrebbe di lasciare fuori dal perimetro della fusione le aree nere del gruppo guidato da Giuseppe Gola. Il ricorso alla Commissione europea presentato da FiberCop lo scorso ottobre sui presunti aiuti di stato a Open Fiber, però, ha fatto arenare le discussioni.
C’è poi un tema puramente finanziario: Open Fiber – secondo l’ultimo bilancio approvato del 2024 – ha un debito di 6 miliardi e un margine operativo lordo di 276 milioni, mentre FiberCop ha margini lordi al netto dei contratti di leasing di 1,9 miliardi a fronte di 9,2 miliardi di debiti. Secondo fonti finanziarie, Kkr (principale socio di FiberCop) per acconsentire alle nozze avrebbe posto come condizione un via libera di massima della Commissione europea alla rete unica e una ricapitalizzazione di Open Fiber, per potersi così accollare anche il suo debito. Senza questi passaggi, l’idea sarebbe quella di terminare il proprio piano al 2027 e, in seguito, valutare un’uscita dall’investimento. La fusione quindi potrebbe avvenire allora, visto che lo Stato è presente in entrambe le società.
Il decollo del mercato della fibra è lo snodo cruciale, sul quale hanno puntato gli investitori. Potrebbe andare di pari passo allo spegnimento della rete in rame per il passaggio in massa degli utenti alla rete Ftth (la tecnologia più moderna, interamente in fibra fino a casa) che l’Europa ha deciso di far slittare entro il 2035. Già perché, come spiega una ricerca della Luiss Guido Carli, l’Italia, pur avendo raggiunto una copertura infrastrutturale d’eccellenza, ha un tasso di adozione della fibra fermo al 25% (dati Desi 2025). Secondo altre fonti, in considerazione di questo FiberCop non avrebbe particolare fretta a spegnere una rete in rame che comunque gli garantisce ricavi sicuri. Le maggiori dimensioni e stabilità finanziarie, inoltre, le concedono più tempo anche per valutare l’evolversi della situazione Open Fiber, ed eventualmente intervenire su un competitor nel frattempo indebolito.
Dalle parti del gruppo guidato da Massimo Sarmi, però, si ribadisce che il piano di switch-off del rame sta andando avanti e accelererà nel 2026. Tanto è vero che FiberCop ha «potenziato gli investimenti che nel periodo 2024-2027 raggiungeranno i 10 miliardi» con target finale sulla piena implementazione della fibra Ftth, ribadendo comunque l’importanza della rete Fttc, basata su fibra fino a poche centinaia di metri dalle unità immobiliari.
La corsa verso il business della banda larga è dunque partita, ammesso e non concesso che altre tecnologie (da Starlink, al 5G fino all’Fwa) possano togliere un po’ di spinta su alcune categorie di clienti. Certo è che il business, potenzialmente, c’è eccome: visto che la rete in fibra ottica sarà la base per lo sviluppo di intelligenza artificiale e cloud.
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