Un uomo in Tibet ha affrontato un’operazione senza che dito umano lo sfiorasse. Il chirurgo non era neanche in sala operatoria: si trovava in una città a 4 mila chilometri di distanza dal luogo dell’intervento. E a dire il vero l’operazione si è svolta interamente sulle vette tibetane, a 4500 metri sopra il livello del mare. Col paziente addormentato c’era soltanto un team di specialisti connessi in videochiamata con il chirurgo che – a distanza – comandava un enorme macchinario robotico, i cui tentacoli hanno operato con successo il paziente. È accaduto lo scorso 9 settembre a Nagqu, nella regione autonoma cinese del Xizang. L’ operazione ha collegato due ospedali distanti migliaia di chilometri. I due nosocomi hanno collaborato con i fornitori di rete, eseguendo innumerevoli test e simulazioni per garantire che i robot e i sistemi 5G potessero funzionare in modo impeccabile anche in condizioni estreme.
C’è da pensare che avesse ragione il capo di Ai Google Studio Logan Kilpatrick quando scrisse, nel dicembre scorso in un post sui social, che il 2026 sarebbe stato l’anno cruciale «per l’intelligenza incarnata». E in effetti se il mercato della telerobotica nel 2025 valeva circa 7 miliardi di dollari le proiezioni per il 2035 parlano di una cifra superiore ai 22 miliardi.
La strada che ha portato a operare a distanza un paziente in alta quota abbiamo iniziato a percorrerla più di trent’anni fa. Il primo esperimento infatti risale al 1993, in un asse che univa Milano e Pasadena, in California, dove un medico italiano manovrò un robot negli Stati Uniti per una biopsia su un modello animale. Allora i segnali dovevano percorrere 150 mila chilometri via satellite, con un ritardo di oltre un secondo. La rivoluzione arrivò nel 2001 con l’Operazione Lindbergh, la prima colecistectomia transatlantica, resa possibile da una rete in fibra ottica ad alta velocità.
«Le metodiche robotiche hanno ormai quasi vent’anni e, negli ultimi quindici, sono entrate nella pratica clinica quotidiana», spiega a Moneta la dottoressa Stefania Ferretti, direttore della Struttura complessa di Urologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Modena, raggiunta telefonicamente all’uscita della sala operatoria, con ancora addosso il camice. «Oggi, in ambito urologico, ginecologico e cardiochirurgico, è possibile eseguire numerosi interventi con l’ausilio del robot». In urologia la robotica è stata tra le prime innovazioni a imporsi, «in particolare per la prostatectomia radicale robot-assistita».
L’introduzione di queste tecnologie ha migliorato la qualità delle immagini e la libertà di movimento durante l’intervento. «Le braccia robotiche, che operano all’interno dell’organismo, consentono procedure estremamente precise, con risultati superiori rispetto, ad esempio, alla laparoscopia». A differenza degli strumenti rigidi di quest’ultima, infatti, le braccia robotiche replicano la mobilità del polso umano. «Poter ruotare l’ago come farebbe la mano del chirurgo è rivoluzionario: la chirurgia robotica ha ridotto sensibilmente i tempi di degenza, accelerato il ritorno alla vita normale e dimezzato il dolore post-operatorio rispetto alla chirurgia tradizionale». Nel campo oncologico urologico, aggiunge Ferretti, «potenzialmente tutti gli interventi possono essere eseguiti con tecnica robotica, così come molte procedure ricostruttive». I benefici si riflettono anche sugli esiti funzionali dal momento che «la robotica consente risultati più rapidi, anticipando di mesi il recupero».
Il sistema robotico è definito “slave”, ovvero “schiavo”, a indicare che ogni movimento è guidato dal chirurgo. «Operiamo da una consolle: le mani sono inserite in appositi manipolatori e i movimenti dei polsi vengono tradotti, in tempo reale, nelle azioni delle braccia robotiche. Si tratta, a tutti gli effetti, di chirurgia robot-assistita». Anche l’intelligenza artificiale ha fatto il suo ingresso in sala operatoria. «Utilizziamo sistemi che sovrappongono immagini radiologiche o ricostruzioni tridimensionali: nel caso, ad esempio, di un tumore renale, l’IA genera un modello 3D che evidenzia la posizione della massa, del rene e dei vasi. Questa ricostruzione viene integrata con la visione della consolle, permettendoci di individuare con precisione il tumore anche quando non è direttamente visibile». Nel settore operano diverse realtà: tra queste Medics 3D, che sviluppa le ricostruzioni, e un gruppo di ingegneri dell’Università di Modena e Reggio Emilia, con cui è in corso una collaborazione. «Stiamo lavorando allo sviluppo di un braccio robotico per eseguire punture renali: un’innovazione potenzialmente rivoluzionaria, primo passo verso nuove soluzioni per il trattamento dei calcoli». Il sistema robotico più utilizzato nei nostri ospedali è il da Vinci: uno dei più evoluti per la chirurgia mini invasiva, prodotto dall’azienda statunitense Intuitive Surgical con oltre 200 macchinari distribuiti in maniera omogenea sul territorio italiano, due terzi dei quali in strutture pubbliche. La maggior concentrazione è in Lombardia.
Il settore è in forte espansione. Nel 2025 l’autorità sanitaria statunitense ha dato il via libera a diversi nuovi robot chirurgici, tra cui Hugo di Medtronic, Dynamis di Lem, Ottava di Johnson & Johnson e Liberty di Microbot. L’arrivo di nuove macchine sta aumentando la domanda di componenti e tecnologie che permettono a questi sistemi di funzionare. Tra le aziende che ne stanno beneficiando c’è Novanta, gruppo americano che produce parti e tecnologie utilizzate nei robot medicali. La divisione aziendale dedicata alla sanità, che lavora soprattutto con i robot chirurgici, genera quasi la metà dei ricavi.
Mmi Microinstruments ha creato Symani, un robot progettato per operazioni estremamente delicate, come quelle sui vasi sanguigni più piccoli. I dati mostrano che l’utilizzo di Symani riduce del 50% la trombosi, principale complicanza della microchirurgia. E l’azienda sta avviando sperimentazioni cliniche sull’uomo, approvate dall’autorità statunitense, per il suo robot che utilizza aghi sottilissimi, per aiutare a rimuovere le scorie dal cervello dei pazienti affetti da Alzheimer.
È di questi giorni l’annuncio di una collaborazione tra StMicroelectronics e Nvidia per integrare sensori e microcontrollori con le piattaforme software del gruppo americano. L’obiettivo è accelerare lo sviluppo di applicazioni robotiche avanzate – come i robot umanoidi – destinate all’industria, ai servizi e alla sanità.
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