Prezzi esorbitanti per phon e arricciacapelli a dispetto delle condizioni di lavoro di coloro che quotidianamente li assemblano. Stiamo parlando del cuore argomentativo della causa legale intentata da un gruppo di lavoratori provenienti dal Nepal e dal Bangladesh contro Dyson, che si è conclusa oggi con un accordo extragiudiziale.
Un gruppo di 24 lavoratori migranti provenienti da Nepal e Bangladesh che avevano prestato servizio in fabbriche malaysiane di terzisti, in particolare Ata Industrial (M) Sdn Bhd, per la produzione di componenti destinati a prodotti Dyson ha portato in tribunale l’azienda per quella che – stando ai legali dell’accusa – viene descritta come una vera e propria schiavitù moderna. Come riportato dalla BBC, i lavoratori hanno raccontato di essere stati minacciati e picchiati, di essere stati privati dei loro passaporti e di essere stati costretti a lavorare per lunghe ore in condizioni igieniche precarie.
Dyson ha sempre negato ogni responsabilità diretta, sostenendo che i lavoratori fossero impiegati da una fornitura terza e indipendente e che il rapporto contrattuale si svolgesse attraverso tali partner. Nel 2021, la filiale malaysiana di Dyson aveva interrotto il contratto con ATA dopo audit interni e terzi sull’operato della società. Il nodo processuale su cui si è giocata gran parte della disputa riguardava la competenza giurisdizionale: Dyson aveva cercato di spostare il procedimento in Malaysia, ma le Corti britanniche, inclusa la Corte d’Appello, hanno stabilito che la causa potesse essere ascoltata nel Regno Unito sulla base di un legame tra le decisioni di gestione centrali e le condizioni della catena di fornitura.
II caso si è chiuso oggi con con un accordo transattivo extragiudiziale tra le parti. Dyson e le altre entità coinvolte hanno concordato un risarcimento ai lavoratori, senza ammettere la propria colpa. Secondo lo studio legale che rappresentava i lavoratori, l’accordo è stato perseguito per evitare i costi di un lungo contenzioso e i rischi di un dibattimento pubblico.
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