E’ il miglior sponsor della sua impresa. Basta guardarlo in faccia Dario Ferrari, 83 anni portati con la stessa discrezione dell’azienda che ha fondato nel 1972, Intercos, una delle eccellenti e più influenti fabbriche della bellezza globale. Colosso made in Italy del beauty con sede nella laboriosa Brianza, un miliardo (e 47 milioni per la precisione) appena certificati di fatturato nel 2025, quotato in Borsa, 15 sedi produttive tra Europa, America e Asia, 12 centri di ricerca, 6.344 dipendenti, circa 700 “clienti” tra i più prestigiosi marchi dell’industria cosmetica italiana e mondiale per i quali sviluppa prodotti. Qualche nome? Estée Lauder, Dolce & Gabbana, Kiko «tutte le più grandi multinazionali che può immaginare fino a brand emergenti, cinesi, coreani…», elenca il ceo Renato Semerari.
La filosofia
Ferrari per la verità aveva le mani in pasta nella cosmetica fin dall’infanzia. La famiglia aveva un’attività in questo settore con base in Svizzera, «prima o poi mi sarebbe toccato entrare nel filone familiare, pur facendo cose completamente diverse». Oltre al fatto che «non volevo andare in Svizzera… stavo benissimo a Milano». Il passaggio fondamentale fa un giro largo e arriva dalla pubblicità («Che ho amato tantissimo»).
Ha appena ventun anni quando parte per l’Inghilterra, prima esperienza di lavoro, dove impara la cosa più importante: capire cosa vuole il cliente, solo dopo quale prodotto fare. Non vendere ciò che esiste, ma immaginare ciò che servirà. «Vendere un sogno, anticipare il futuro, saper dire cosa avverrà l’anno prossimo», è la sua filosofia. Da allora, su questo non è cambiato niente. È questo il modello che si porta dietro tornando in Italia, quando muove i primi passi nella cosmetica. «Andavo dai clienti, cercavo di capire cosa volessero e poi portavo loro soluzioni nuove. É così che passo dopo passo abbiamo costruito la nostra credibilità. Non possiamo permetterci di aspettare che sia il cliente a venire da noi». Così ancora oggi «perché nell’innovazione chi resta fermo diventa irrilevante».
Lui con i suoi 83 anni invisibili e tre figli che seguono le sue gigantesche impronte che ancora hanno la base ad Agrate, in Brianza, di sicuro fermo non ci sta mai. «Anche se ora viaggio un po’ meno», appunta con un leggero rammarico. Così Intercos sceglie l’innovazione continua. Tanto che ogni anno il 5 per cento del fatturato viene reinvestito proprio in questo. Innovazione è una parola che piace a Ferrari. «Sullo Zingarelli viene definita come quella cosa che modifica un sistema aggiungendo qualcosa di nuovo. Noi la domanda a cui rispondiamo è “di che cosa ci sarà bisogno nel futuro?». Quindi innovazione, non solo nei laboratori, ma in tutta la struttura aziendale che ha già spalancato le porte all’intelligenza artificiale.

Riorganizzazione
Il make up resta il cuore – circa il 60% del fatturato – ma il gruppo si è allargato a skincare e haircare, con uno sguardo sempre più attento all’Asia. È lì che si gioca la partita. Cina e Corea non sono solo mercati, sono generatori di tendenze. «Da lì esce tutto: materie prime, packaging, creatività. E soprattutto velocità». E dire che con la Cina non è stato amore a prima vista. Anzi. Un vero e proprio fallimento iniziale, «mi rifiutavano tutti i prodotti… Eppure, pensavo, eravamo i più bravi in tutto. Ci ho messo vent’anni per capire davvero quel mercato». Ma la globalizzazione non è espansione, è apprendimento lento. «Una volta capito però, il vantaggio è accertato».
Da qui nasce anche la nuova organizzazione interna all’intera azienda. L’idea sua, il nome inventato dal ceo Semerari, è un “think tank” trasversale, che lavora sopra la linea del conosciuto. La racconta proprio così, Ferrari. Come una linea: sotto, la produzione, sopra, il futuro. Un sistema che integra marketing, ricerca, acquisti, sviluppo, con l’obiettivo di generare innovazione da ogni funzione. E oggi, inevitabilmente, anche l’intelligenza artificiale «come acceleratore». Poi c’è un altro punto «a cui pochi pensano»: le persone. Ferrari insiste sulla «qualità delle nostre persone. Lavorare con i migliori clienti al mondo significa parlare con i migliori professionisti». Una sorta di circuito virtuoso che alza inevitabilmente l’asticella della qualità anche all’interno.
L’episodio che cambia tutto arriva nel 1982: la joint venture con Estée Lauder che apre il mercato americano. È il salto internazionale, la legittimazione globale. Da lì, Intercos smette di essere una realtà italiana e diventa una piattaforma mondiale. «Diciamo che è l’evento che ci ha un po’ cambiato la vita», racconta Ferrari.
Dazi e guerre
Con i venti della crisi, i dazi, le guerre, il mercato non brillante, Ferrari non sembra preoccuparsi troppo. Anzi. È proprio nei momenti di crisi che si «calano i jolly». Nessuna corsa alle acquisizioni inutili, nessuna espansione fine a se stessa. «Investiamo su noi stessi, sul nostro know how sulla nostra clientela. Ed è quello che stiamo facendo…».
L’India come scommessa («Per me è un Paese eccitante»), l’Asia ora è il baricentro. «Nei prossimi dieci anni succederà tutto tra Shanghai, Seul e forse Tokyo perché c’è tutto. Voglia di fare come non c’è da nessuna parte». E lui con quell’idea identica da cinquant’anni: arrivare prima.
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