Ce n’è per tutti i gusti: in pastello con fiori stilizzati, con scritte, satinate e colorate in mille sfumature che si fondono tra loro. Oppure a forma di enormi bicchieri, di thermos, piccole da borsetta o ancora più piccole, dedicate esclusivamente ai bambini. Sono le borracce di 24Bottles, marchio nato a Bologna nel 2013 dall’idea di due giovani, Giovanni Randazzo e Matteo Melotti. In poco tempo i due riescono a trasformare l’azienda nel brand italiano più riconoscibile nel mercato delle borracce riutilizzabili. Dietro la patina etica, però, si nascondono le crepe, che vanno dalla produzione, interamente realizzata in Cina, ai rapporti che l’azienda intrattiene con i suoi dipendenti italiani. Oltre all’opportunità di avere in gamma tutta questa varietà di prodotti e collezioni per un oggetto che dovrebbe servire alla riduzione dei consumi.
Sebbene la produzione avvenga all’estero l’azienda possiede numerose certificazioni che garantiscono la trasparenza della filiera produttiva. La principale è la certificazione B Corp rilasciata da B Lab, uno degli standard più diffusi per la misurazione dell’impatto ambientale e sociale. Basata su un sistema di valutazione che considera governance, politiche del lavoro, impatto ambientale e relazioni con la comunità, la certificazione viene spesso utilizzata dalle aziende come segnale pubblico di responsabilità e trasparenza.
Le prime B Corp sono state certificate nel 2006 e da allora il numero è cresciuto fino a superare, nel 2025, le 9.000 imprese marchiate con il celebre bollino green. Il 15 agosto scorso il The Guardian ha rivelato che il marchio di fast fashion Princess Polly si è guadagnato la certificazione nonostante di etico ed ecologico abbia ben poco. Si tratta di una multinazionale australiano-americana che vende capi di scarsa qualità, principalmente in poliestere, a basso costo. Eppure, all’inizio di luglio 2025, è diventata B Corp con elevati standard di performance sociale e ambientale. Per ottenere l’ambito bollino, infatti, le imprese devono rispondere a più di 200 domande per misurare l’impatto positivo su vari ambiti. Alla fine ricevono un punteggio: il minimo è 80. 24Bottles ha ottenuto un punteggio di 90.4. Il punto è che un’azienda può risultare debole in un ambito e compensare con il punteggio ottenuto in un altro. L’azienda specifica di possedere anche altre certificazioni: «Come 24Bottles selezioniamo i partner in base a parametri stringenti e ci impegniamo a verificare la validità e la conformità degli standard nel tempo, con monitoraggi costanti e richiesta di aggiornamenti puntuali e periodici» spiega a Moneta.
Uno degli ambiti in cui 24Bottles appare più fragile nella certificazione BCorp è il lavoro, dove ottiene un punteggio di 19. Su LinkedIn l’azienda ha attualmente due posizioni aperte: Copywriter e Social media intern, e stagista Graphic designer. La prima richiede una laurea in Comunicazione, Lingue, Economia o Marketing, conoscenza dell’inglese ed eventuali esperienze pregresse. La seconda richiede una laurea in Graphic Design buona conoscenza dell’inglese scritto e orale e dei programmi Photoshop, InDesign e Illustrator.
Il compenso per entrambe le posizioni? Un’indennità di 600 euro al mese. Una cifra misera visto che la pretesa è quella di un profilo laureato con esperienza e competenze. «La posizione in oggetto si configura come un percorso di formazione rivolto a profili junior, tipicamente neolaureati alla ricerca della loro prima esperienza professionale» spiega l’azienda a Moneta.
Lidia (nome di fantasia), ex dipendente raggiunta dalla nostra testata, racconta di essere entrata nel 2019 con uno stage extracurriculare di sei mesi come grafica «attivato tramite contributi regionali». Al termine del tirocinio le viene proposto di restare «con un contratto di apprendistato con periodo di prova». Proprio in quei mesi scoppia la pandemia e, nel pieno del primo lockdown, l’azienda decide di interrompere il rapporto comunicandole il mancato superamento della prova. «So bene che non è stato un momento facile per nessuno, tanto meno per chi doveva mandare avanti un’azienda», racconta. «Lo capisco, anche se non lo giustifico. La chiamata delle risorse umane mi arrivò mentre montavo un video social in cui i proprietari dicevano che sarebbe andato tutto bene». Rimasta senza lavoro e con un affitto da pagare, torna da Bologna a Roma. La vicenda sembra chiusa, ma nell’estate 2020 riceve una nuova telefonata: l’azienda ha riaperto due posizioni nel team design e le propone di tornare.
Accetta, ma pone una condizione: niente nuovo periodo di prova, visto quello già svolto tra stage e primo contratto. L’azienda accetta. «Il lavoro era stimolante. Essendo pochi, si aveva fin da subito molta responsabilità, spesso maggiore rispetto a quella prevista da livello previsto dal contratto», racconta. Allo stesso tempo, però, non sempre le competenze venivano riconosciute: «C’era la sensazione di essere giudicata in modo troppo severo da chi non ti riconosce il merito perché, in fondo, “hai solo fatto il tuo lavoro e hai appena iniziato a dimostrare qualcosa”». Dopo qualche tempo decide di lasciare. «È un’azienda fatta di chiari e scuri. Mi sono trovata bene a livello umano con i colleghi». Lo stipendio, aggiunge, all’epoca era «tra i 1.200 e i 1.300 euro al mese, più buoni pasto da 5 euro».
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