Tutti pazzi per la “bionda” artigianale. Cresce negli ultimi decenni la domanda di questa tipologia di birra rigorosamente Made in Italy, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale dei consumi delle bevande alcoliche frenati dai nuovi stili di vita, dalle spinte salutistiche ma anche dai vincoli posti dal Codice della strada. Un ottimo risultato per festeggiare l’anniversario dei 30 anni della nascita della birra artigianale in Italia. Un percorso iniziato infatti ufficialmente nel 1996 grazie all’intraprendenza di un gruppo di innovatori e che oggi conta circa 1.200 birrifici diffusi sul territorio nazionale, molti dei quali guidati da giovani imprenditori con una produzione di 48 milioni di litri dei quali quasi 3 milioni destinati all’export, secondo la Coldiretti. Si stima che il mercato del fuori casa valga oltre 430 milioni di euro con una crescita nel 2025 del 5% rispetto all’anno precedente secondo gli ultimi dati Circana Crest che indicano una tenuta complessiva del consumo di birra nel canale Horeca, accompagnata però da una crescita delle referenze artigianali e speciali.
«Il movimento della birra artigianale italiana, nato attorno al 1996 – dichiara Teo Musso, presidente del Consorzio Birra Italiana – ha prodotto, negli anni, un incredibile fermento che ha interessato più generazioni di imprenditori favorendone una crescita rilevante e concreta che ha coinvolto un importante indotto di aziende e forza lavoro. Stiamo vivendo – aggiunge Musso – un momento molto delicato di sviluppo e consolidamento e mai più di oggi è necessario fare chiarezza sul concetto di birra artigianale e di birra artigianale da filiera agricola italiana. Rafforzare il concetto di italianità preferendo nella maggioranza degli ingredienti le materie prime nazionali, ritengo sia la via concreta per sostenere la differenziazione del prodotto e per consolidare la tradizione di una bevanda che deve essere considerata, prima di tutto, un frutto della terra».
Si stima che l’arrivo della birra artigianale nel nostro Paese abbia garantito circa 92.000 posti di lavoro tra diretto e indotto. Praticamente per ogni addetto coinvolto all’interno di un birrificio si creano almeno altri 29 occupati all’esterno, da chi coltiva i prodotti agricoli che servono alla bevanda alla produzione delle bottiglie, dalle etichette ai tappi, dalla logistica alla comunicazione, ma non mancano neppure nuove figure professionali come il “sommelier delle birra” che conosce i fondamentali storici dei vari stili di birre ed è capace di interpretarne, tramite opportune tecniche di osservazione e degustazione, i caratteri principali di stile, gusto, composizione, colore, corpo, sentori a naso e palato e individuarne gli eventuali difetti, oltre a suggerire gli abbinamenti ideali con primi piatti, carne o pesce e anche con i dolci. Le birre artigianali locali si fanno infatti spazio sul mercato con il 36% dei consumatori che dichiara di preferirle, secondo l’ultima indagine di Ipsos Doxa per AssoBirra.
Dall’analisi emerge che per oltre 6 gestori su 10 (62%) la birra è oggi importante per la socialità e la convivialità all’interno dei locali. La birra accompagna soprattutto i momenti conviviali della giornata: viene scelta principalmente a cena (59%), ma è fortemente presente anche all’aperitivo (41%) e a pranzo (41%), meno nel dopocena (19%). In questo scenario, si rafforza anche la dimensione gastronomica: il 63% dei gestori dichiara che nel proprio locale ci sono clienti che scelgono consapevolmente di abbinare la birra al cibo, quota che sale al 73% nei ristoranti. Un segnale di evoluzione culturale che avvicina sempre più la birra a logiche tradizionalmente associate al vino.
Insieme agli effetti diretti sul sistema economico vanno rilevate infatti per la birra le ricadute positive sulle vacanze, anche se non si può ancora parlare di boom al pari dell’enoturismo. Nell’estate 2025 comunque 6 milioni di italiani hanno partecipato ad attività di birraturismo, tra degustazioni, visite ai birrifici ed eventi esperienziali, secondo l’indagine Coldiretti/Ixè che conferma la crescita del turismo enogastronomico e l’interesse per la birra agricola e artigianale Made in Italy. Al centro del fenomeno c’è l’iniziativa “Luppoleti aperti”, promossa dal Consorzio Birra Italiana, nata per avvicinare il pubblico alla birra da filiera agricola italiana. Un appuntamento che prevede un mix di iniziative che vanno dalla raccolta del luppolo ai laboratori sensoriali e degustazioni ma anche concerti, giochi e picnic nelle aziende agricole con street food e abbinamenti con prodotti tipici.
A beneficiarne è l’intera filiera dal campo alla tavola con circa un quarto delle realtà rappresentato dai birrifici agricoli, che producono direttamente materie prime come orzo e luppolo, garantendo una filiera 100% nazionale. Un’indagine condotta dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca ha rivelato che il 60% degli intervistati preferisce birra prodotta con ingredienti 100% italiani, con un particolare apprezzamento per il luppolo tricolore tra i consumatori attenti alla sostenibilità. Coldiretti e il Consorzio puntano a rafforzare il settore, incentivando la coltivazione di materie prime nazionali. Il luppolo, in particolare, è l’ingrediente chiave che dona aromi e caratteristiche uniche alla birra. Negli ultimi cinque anni la superficie coltivata è aumentata del 70%, con produzioni concentrate in Piemonte, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Umbria e Abruzzo. Una crescita che conferma l’obiettivo di arrivare a una birra interamente Made in Italy, dal luppolo all’orzo. Proprio per questo è nata la nuova filiera dell’orzo distico da birra grazie alla firma del protocollo d’intesa tra Coldiretti Puglia, Consorzio Birra Italiana e la malteria Dekòre.
L’accordo, valido per tre anni a partire dalla campagna 2025/2026, punta a garantire stabilità economica e crescita al comparto brassicolo nazionale. Il protocollo prevede un prezzo minimo garantito, calcolato sui costi medi di produzione rilevati da Ismea, al quale si aggiunge un premio qualità per le produzioni che rispetteranno gli standard richiesti. L’intesa stabilisce anche la crescita progressiva dei quantitativi contrattualizzati e introduce sementi certificate, disciplinare di produzione integrata e un sistema di tracciabilità e controlli in campo gestito da Coldiretti e dal Consorzio Birra Italiana. L’esperienza pugliese rappresenta un modello replicabile a livello nazionale, capace di ridurre la dipendenza dalle importazioni e rafforzare il valore della birra 100% italiana.
La massiccia presenza giovanile ha garantito al settore una grande capacità di innovazione. Si va dalla “bionda” fatta con il mais rosso a quella prodotta con il riso Carnaroli o con riso venere, o ancora con farro o grano Senatore Cappelli fino alla carruba. Ma la lista è lunga. Come la birra aromatizzata con il sommacco, un spezia tipica siciliana, con il mandarino di Ciaculli e con il mosto d’uva di vitigni autoctoni, fino al passito di birra. Ci sono anche i prodotti a base del luppolo coltivato dai birrai-agricoltori: liane decorative, sottaceti di luppolo, biscotti agli oli essenziali di luppolo, distillato di fiori di luppolo e molto altro. La birra artigianale è diventata anche strumento di emancipazione e solidarietà come dimostra Libeera, la prima birra da filiera agricola interamente al femminile, nata come simbolo di rispetto, libertà e rinascita. Libeera, premiata dalle Donne Coldiretti, è frutto del lavoro congiunto di imprenditrici agricole del Consorzio Birra Italiana, che hanno unito competenze e materie prime provenienti da diverse regioni, dando vita a una ricetta capace di valorizzare territori e professionalità femminili. Tre pilastri: il sostegno ai centri antiviolenza, la promozione di una narrazione positiva della forza femminile e la valorizzazione del ruolo delle donne nella filiera agricola.
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