Il futuro di Mediobanca si deciderà nelle prossime settimane. Il mercato sembra puntare sul delisting dell’istituto, come vorrebbe l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio. Tuttavia, la decisione sembra essere tutt’altro che presa, dal momento che una parte del consiglio d’amministrazione di Rocca Salimbeni (e almeno un grande azionista come Francesco Gaetano Caltagirone) non è convinta dell’operazione e preferirebbe mantenere quotata Piazzetta Cuccia, ripristinando il flottante sceso sotto il 15% a conclusione della scalata. Lo scontro rischia di diventare ruvido, andando a danneggiare l’immagine del nuovo gruppo Mps-Mediobanca agli occhi del mercato che pure aveva sposato il matrimonio con tanta convinzione.

Come già accaduto sul regolamento per presentare la lista del consiglio d’amministrazione, la sensazione è che a prevalere sarà una mediazione tra le due anime del board anche perché uno scontro andrebbe a danneggiare gli interessi di tutti. In questi giorni che anticipano la presentazione dei conti di Mps prevista martedì 10 febbraio, mentre fervono i lavori per il nuovo piano industriale che sarà svelato al mercato a fine mese, i legali e gli advisor stanno elaborando una proposta che prova ad accontentare tutti.
Diplomazie al lavoro
Secondo quanto raccolto da Moneta, un punto d’incontro potrebbe ruotare intorno alla partecipazione del 13,2% che detiene Mediobanca in Generali: l’idea alla quale starebbero lavorando gli advisor di Lovaglio sarebbe di completare il delisting di Mediobanca, fonderla e poi creare una società a parte con il brand di Piazzetta Cuccia dove ci sarebbero l’attività di banca d’investimento, la consulenza patrimoniale private e soprattutto il pacchetto di azioni di controllo del Leone di Trieste. In un secondo momento, si potrebbe anche valutare di ripristinare la quotazione di questa nuova entità. Soluzione, quest’ultima, che renderebbe praticabili in pieno le sinergie di ricavo e di costo da 700 milioni pianificate da Lovaglio. Tuttavia, tutto questo potrebbe non bastare. Perché non è solo la questione legata a Generali a non convincere la componente del cda di Mps in sintonia con l’imprenditore romano. Alla base ci sono anche argomenti concreti e di progettualità: nella testa dell’azionista Caltagirone, che ha già investito nuovi denari sul successo completo della scalata, sarebbe meglio procedere gradatamente, ripristinando una soglia di flottante (ora Mps ha oltre l’86% di Mediobanca) più importante di quella attuale, preservando la quotazione sul mercato della merchant bank. Questo avrebbe il vantaggio di non dover richiedere ai soci un nuovo investimento da 2,5-3 miliardi (è una stima che considera gli attuali corsi di mercato e un piccolo premio sul prezzo dell’azione). Non solo: ripristinando il flottante si potrebbe ambire a un incasso fra 4,5 e 5 miliardi di euro, tutta potenza di fuoco che potrebbe essere poi riversata nel nuovo, grande ballo del risiko che da più parti viene giudicato come imminente. A questo nuovo tesoretto, si andrebbe ad aggiungere il cospicuo capitale in eccesso nei forzieri del gruppo bancario: infatti, rispetto al target del 14% di Cet 1 (l’indice di solidità patrimoniale della banca) alla fine del terzo trimestre il capitale in eccesso era di circa 2,5 miliardi, somma che verosimilmente sarà diventata più importante alla fine del 2025 visto che l’istituto continua a macinare profitti e ha tenuto una politica sui dividendi fin qui morigerata. Va da sé che con un tale arsenale di liquidità, il ventaglio di obiettivi del Montepaschi potrebbe essere ampio e ambizioso e non la metterebbe in secondo piano rispetto a player più grandi, come l’arrembante Unicredit di Andrea Orcel.
Nessun tradimento
C’è poi un altro punto sul quale spinge forte il fronte pro-Caltagirone: non è vero che nel prospetto informativo dell’Offerta pubblica e di scambio su Mediobanca non si parlava della possibilità di mantenere quotato l’istituto milanese. Quindi non sarebbe un tradimento del mercato o un venire meno agli impegni presi con la Banca centrale europea prendere questa strada. Citando testualmente il prospetto, al punto G2, si legge sul documento informativo: «Preliminarmente e a scopo di chiarezza informativa, si fa riferimento agli effetti riportati nel presente paragrafo G2 derivanti dalla integrazione, combinazione, aggregazione di Mps e Mediobanca in conseguenza dell’Offerta non richiedono il verificarsi dell’eventuale fusione per incorporazione» e si riferiscono allo stesso modo «ad uno scenario in cui Mps eserciti il controllo di fatto su Mediobanca». Guardando poi più nel dettaglio tra gli scenari prospettati, si precisa che in caso di «Partecipazione dell’Offerente (quindi Mps, ndr) pari ad almeno il 66,67% del capitale sociale dell’Emittente ma pari o inferiore al 90% del capitale dell’Emittente», quindi esattamente la fattispecie in cui si trova adesso Mps, l’azionista di Mediobanca «riceve alla data di pagamento o alla data di pagamento della riapertura dei termini del corrispettivo». In questo scenario, si indicava come via possibile il «mantenimento della quotazione delle Azioni Oggetto dell’Offerta ad esito dell’Offerta stessa, come riaperta, salvo il caso di scarsità del flottante tale da non assicurare il regolare andamento delle negoziazioni delle azioni ordinarie dell’Emittente».
A supporto di questo, un recente report di Deutsche Bank, pur spendendo una preferenza per lo scenario in cui è previsto il delisting e la fusione di Mediobanca in Mps, ha affermato che le sinergie (che nel prospetto dell’offerta pubblica di scambio Lovaglio stimava in 700 milioni, 300 da ricavi, 300 da costi e un centinaio di milioni per minori costi di raccolta, ndr) sono possibili anche con altre modalità: di fatto, senza una integrazione totale le sinergie di costo sarebbero inevitabilmente inferiori, ma si può comunque lavorare su quelle da ricavo anche in modi fin qui non considerati. Mps e Mediobanca, già in larga parte diverse in partenza, sono un matrimonio che agisce non per sovrapposizione, cercando efficienza con chiusura di filiali e acquisizione di quote di mercato ma sono un plug-in: vale a dire Mps e Mediobanca insieme vanno a completare una filiera di prodotto che prima aveva delle carenze in entrambi i casi. Questa considerazione ha portato gli analisti tedeschi a sostenere che, anche senza fusione, «Mps si troverebbe nelle condizioni di offrire un interessante rendimento del dividendo del 10%, mantenendo al contempo un solido Cet1 ratio superiore al 16%, che garantirebbe un’ampia flessibilità strategica per operazioni di M&A (fusioni e acquisizioni, ndr) e per un’ulteriore remunerazione degli azionisti».
Leggi anche:
© Riproduzione riservata