Durante le fasi di stress dei mercati anche gli schemi di gioco più collaudati possono rivelarsi inefficaci. Così è successo nell’ultimo mese. Da quando sono scoppiate le ostilità in Iran, i beni rifugio per antonomasia – dall’oro al Bund passando per il franco svizzero – non hanno assolto al loro ruolo di asset difensivi. Emblematico il caso dell’oro, che dall’inizio del conflitto è arrivato a cedere oltre il 20%; peggio l’argento con un sonante -30%. Alla base di questo dietrofront c’è il capovolgimento delle aspettative sui tassi d’interesse che danneggia gli asset che non producono rendite, così come l’apprezzamento del dollaro statunitense, che esercita una pressione al ribasso sui prezzi dei metalli quotati in valuta Usa.
In grande affanno anche i titoli di Stato con il Bund decennale tedesco – da sempre rifugio per eccellenza durante le fasi di risk off – che è arrivato a rendere più del 3%, livello che non vedeva dal lontano 2011. Al tappeto anche i Treasury con rendimenti balzati ai massimi a 8 mesi.
Il mercato sta di fatto leggendo i rischi attuali con la lente del 2022 quando lo shock inflazionistico mise al tappeto tutte le principali asset class. Più che una scomparsa degli asset adatti a una difesa del portafoglio, siamo di fronte a una sua trasformazione. L’attuale contesto incerto su traiettoria di inflazione e tassi vede la duration diventare fonte di volatilità e «questo richiede di ripensare la costruzione della componente obbligazionaria – asserisce Karen Watkin, portfolio manager Multi-Asset Solutions di AllianceBernstein – passando da un’esposizione statica a un approccio più articolato, che integri gestione attiva della duration, credito investment grade e strumenti indicizzati all’inflazione. La difesa, in altre parole, non è più un blocco unico ma un insieme di leve da calibrare».
Protezione
Nessuna singola asset class è in grado di offrire protezione sempre e in ogni scenario. Durante i momenti di stress a diventare determinanti sono le correlazioni effettive tra classi d’investimento per avere una reale corazza difensiva. «Ciò significa privilegiare strumenti in grado di controllare il rischio complessivo di portafoglio e la volatilità – argomenta Andrea Campisi, senior investment manager di Pictet Asset Management – con i fondi multi asset che consentono una gestione attiva del mix tra obbligazioni, azioni e asset reali e una modulazione del rischio coerente con il profilo difensivo». «Nel quadro attuale, i titoli governativi core, in particolare su scadenze intermedie attorno ai 10 anni, non dovrebbero essere ulteriormente penalizzati e offrono rendimenti reali ragionevoli, che incorporano già un buon premio di rischio per l’aumento di incertezza sull’inflazione», aggiunge Campisi.
All’interno della componente obbligazionaria, a detta dell’esperto di Pictet AM le emissioni in euro di buona qualità, con scadenze medio brevi, offrono rendimenti interessanti a seguito del forte rialzo dei rendimenti a sconto di un’anticipata risposta della Bce al possibile shock inflattivo derivante dalla risalita dei costi dell’energia. Di contro, la liquidità e le scadenze brevissime mantengono un ruolo tattico, come cuscinetto per gestire gli ingressi graduali sul mercato «ma difficilmente dovrebbero rappresentare una quota eccessiva in un’ottica di medio periodo, perché rischiano di trasformare la prudenza in mancata partecipazione ai rendimenti disponibili». «Il vero porto sicuro è un portafoglio ampiamente diversificato, costruito con disciplina, coerente con gli obiettivi di lungo periodo – commenta Carlo Benetti, market specialist di GAM – e visto che non possiamo sapere come evolverà il conflitto, la strada maestra è costruire portafogli robusti a più esiti possibili invece che ottimizzati per uno solo. La diversificazione, in questo senso, non è una rinuncia al rendimento, ma una forma di protezione contro l’illusione di sapere».
Occasioni
In questo quadro, il rialzo dei rendimenti dei Treasury e il rafforzamento del dollaro sopprimono tatticamente l’appeal degli asset reali, oro in primis, ma questo non significa necessariamente che venga meno il ruolo di bene rifugio se si guarda a un arco temporale più ampio. Ogni ragionamento sull’oro passa chiaramente per lo scenario geopolitico che resta complesso e in ottica medio-lungo termine «ha senz’altro un senso come cuscinetto nei portafogli di investimento – afferma Carlo Alberto De Casa, analista di Swissquote – anche se nei prossimi mesi vedo un cammino più macchinoso con il rialzo dei rendimenti dei bond che frenano la corsa». «L’oro è ben più interessante ora che due mesi fa a 5.500 dollari – prosegue l’autore del libro ’I segreti per investire con l’oro’ -. Lo storno serviva, poi certo le ragioni sono parecchie, dal rialzo dei tassi, alla forza del dollaro, ad un’eccessiva corsa».Qualora l’instabilità in Medio Oriente dovesse persistere, l’oro «potrebbe tornare ad attirare interesse da parte degli investitori alla ricerca di asset associati alla fuga verso la sicurezza», asserisce Jake Coulson, investment analyst di HANetf.
«Una volta superata la fase acuta della crisi e normalizzati i premi di rischio legati al conflitto – spiega Campisi di Pictet AM – è ragionevole attendersi un graduale ritorno di fiducia verso gli asset reali: in uno scenario di dollaro meno forte e minore incertezza geopolitica, l’oro può tornare a svolgere il suo ruolo di riserva di valore ’extra territoriale’ rispetto alle riserve monetarie, dimostratesi aggredibili e sanzionabili, come avvenuto per la Russia».
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