Nonostante la tregua tra Usa e Iran, il petrolio resta sopra i livelli pre-conflitto, segnale che il premio per il rischio geopolitico non si è ancora riassorbito e continua a condizionare inflazione, tassi e scelte di portafoglio. Di certo, un calo sostenuto del greggio allevierebbe le pressioni inflattive, scacciando il rischio di una Federal Reserve meno accomodante. In attesa di capire se alla tregua farà effettivamente seguito una pace duratura in Medio Oriente, il nuovo contesto implica un cambio nelle prospettive per i vari settori, soprattutto se il dietrofront del petrolio continuerà. A partire dal comparto energetico, grande vincitore durante l’impennata del greggio.
Molto dipenderà dall’entità del calo. «Se il dietrofront stabilizzerà il petrolio su livelli superiori a quelli pre-guerra, il settore manterrà un’ottima profittabilità e generazione di cassa, confermandosi un’opzione valida in portafoglio», asserisce Roberto Rossignoli, senior portfolio manager di Moneyfarm, che si sofferma anche sul comparto dei materiali di base in quanto l’indipendenza energetica si è affermata come un trend strutturale di lungo periodo. A patto che non si inneschi uno scenario recessivo che andrebbe a intaccare la domanda ciclica, annullando l’attrattiva di questo settore.
«Il portafoglio ideale nei prossimi mesi – indica l’esperto di Moneyfarm – dovrà bilanciare difensivi (utilities) e megatrend inarrestabili (IA, transizione energetica), soppesando costantemente il rischio di recessione per evitare trappole di valore nei settori più ciclici».
Costi energetici in ritirata significano l’alleviarsi della pressione su consumatori e margini aziendali, con benefici per settori quali trasporti, compagnie aeree, industria e in generale i titoli growth più sensibili ai tassi di interesse. «Una de-escalation duratura favorirebbe probabilmente una rotazione dagli asset difensivi e legati alle materie prime verso settori ciclici e titoli growth di qualità», sostiene Stephen Dover, chief market strategist di Franklin Templeton Institute. La tenuta del settore dell’energia dipenderà fortemente dall’entità del calo.
I settori vulnerabili
Tra i settori che si mostrano potenzialmente più vulnerabili ed esposti alla volatilità nel medio termine gli esperti segnalano soprattutto i beni di consumo discrezionali e gli industriali. «Da un lato, l’inflazione erode il reddito reale, deprimendo la spesa per i consumi discrezionali. Dall’altro, gli industriali, tipicamente molto energivori, affrontano una severa erosione dei margini. Questa vulnerabilità sarà particolarmente marcata in Europa e in Asia, due regioni strutturalmente più dipendenti dalle importazioni e, di conseguenza, più colpite dall’aumento dei costi energetici».
Anche il settore immobiliare risulta storicamente vulnerabile, soprattutto se effettivamente si materializzerà un aumento dei tassi di interesse.
Nel limbo si posiziona la tecnologia, che ha visto molte big perdere smalto già nei mesi precedenti il conflitto in Iran. «Il tech rimane un terreno misto – spiega il portfolio manager di Moneyfarm – che nel medio termine manterrà una notevole forza relativa grazie al catalizzatore delle implementazioni legate all’intelligenza artificiale».
Sguardo indietro
Per capire quali sono le tendenze che potrebbero palesarsi all’orizzonte, se effettivamente il picco delle tensioni sul petrolio è da ritenersi alle spalle, è utile guardare a come si sono comportati i principali settori nelle fasi di mercato contraddistinte da un forte rialzo e dal successivo ribasso dell’oro nero. Chiaramente la storia non si ripete mai allo stesso modo, i contesti di mercato non sono mai completamente sovrapponibili, ma alcune tendenze di fondo tendono a ripetersi di fronte a cicli di boom e successivo sgonfiamento delle quotazioni del greggio.
Gli ultimi due cicli di elevati prezzi del petrolio sono stati rispettivamente quello a cavallo della grande crisi finanziaria del 2007-2008 e quello susseguente allo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022. Nel primo caso il petrolio Wti arrivò a segnare un record a 147 dollari al barile, in un contesto dove la finanza era in crisi in scia alla crisi subprime, mentre l’economia reale soffriva per gli effetti negativi dell’inflazione. Nel 2022 invece il caro-energia portò in dote un’inflazione fino al 9% con la Fed che inizialmente sottovalutò i rischi inflattivi.
Se a livello settoriale l’energy svetta incontrastato nelle fasi di rialzo del petrolio, i settori difensivi – utilities e consumer staples (beni di prima necessità) – tendono a proteggere nelle fasi di petrolio in calo, fungendo da bene rifugio; di contro, finanziari (nel 2008) e tecnologia (nel 2022) sono i settori che hanno maggiormente sofferto sia con petrolio in salita che durante la ridiscesa. A saltare all’occhio c’è anche il fatto che quando il prezzo del barile si sgonfia, molti settori continuano a soffrire nel breve.
«A prezzi energetici elevati corrispondono rischi recessivi in aumento. Da qui il generalizzato e più che proporzionale calo della maggiore parte dei settori nelle fasi in cui il petrolio scende, anche a causa di un progressivo calo della domanda», indica Nicolò Nunziata, responsabile Ufficial Financial Markets di Banca Finint.
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