Un mercato irrequieto quello del cotone: i contratti finanziari che permettono di comprare o vendere la materia prima (futures), un tempo punta di diamante della produzione statunitense, sono tornati a salire a New York. Il contratto più attivo ha toccato i 71,93 centesimi per libbra, il livello più alto da dicembre 2024. A muovere le acque è il rapporto preliminare del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, che ha indicato una superficie coltivata superiore alle attese. Un dato che, sulla carta, dovrebbe tradursi in una maggiore produzione. Ma occorre cautela: le condizioni di siccità in diverse aree agricole americane rendono infatti incerta la resa effettiva dei raccolti. Non è la prima volta che le previsioni iniziali divergono dai risultati finali, e proprio questa distanza potenziale alimenta la volatilità dei prezzi. Così il mercato guarda anche alla prospettiva di un’offerta globale più contenuta, con diversi grandi produttori alle prese con condizioni meno favorevoli.
E infatti le reazioni dei futures nelle ultime sedute lo dimostrano: dopo un brusco calo, il più marcato da fine ottobre, i prezzi hanno lentamente recuperato terreno, ma gli investitori si muovono in modo erratico, dando segnali contrastanti. Gli Stati Uniti rimangono il principale esportatore di cotone, ma la stagione 2025-26 non ha prospettive molto rosee: la produzione è stimata in 13,2 milioni di balle, un calo dell’8% rispetto all’anno precedente e uno dei livelli più bassi degli ultimi dieci anni. A pesare è soprattutto l’incertezza sulla resa, nonostante l’aumento delle superfici coltivate. Allo stesso tempo, anche altri grandi attori del mercato globale stanno affrontando una fase più incerta: in Brasile la produzione risente di condizioni climatiche irregolari, mentre Cina e Australia mostrano segnali di rallentamento. L’India preserva la sua centralità con una produzione di circa 24 milioni di balle, sostenuta anche da politiche governative a supporto dei prezzi.
La fame di cotone arriva principalmente dall’Asia: Bangladesh, Vietnam, Turchia hanno aumentato le importazioni grazie all’espansione della filiera tessile e alla crescita dei consumi. Ma il quadro resta fragile. Il cambiamento climatico – tra siccità negli Stati Uniti e precipitazioni estreme e irregolari in altri grandi Paesi produttori – continua a influenzare negativamente la produzione, mentre le tensioni geopolitiche, dalla disputa commerciale tra Washington e Nuova Delhi ai rapporti sempre più tesi tra Stati Uniti e Cina, contribuiscono ad aumentare l’incertezza. Il risultato è un mercato che oscilla tra aspettative di maggiore offerta e timori sulla reale disponibilità di cotone adattandosi a un equilibrio sempre più precario.
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