Con 73 miliardi di euro di esportazioni e una crescita del 5% rispetto all’anno precedente, l’agroalimentare si conferma uno dei motori più robusti dell’economia italiana. Un risultato che per Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia, rappresenta la dimostrazione concreta del valore strategico del settore. “L’export agroalimentare italiano continua a dimostrarsi un asset fondamentale del nostro Paese”, ha sottolineato commentando i dati diffusi ieri dall’Istat.
Ma l’analisi va oltre il dato complessivo e si concentra su uno dei pilastri della competitività nazionale, quello delle indicazioni geografiche. Dop e Igp, ha ricordato, rappresentano circa il 19% del fatturato complessivo del comparto e soprattutto mostrano una vocazione internazionale molto più marcata rispetto alla media dell’industria alimentare. “Dobbiamo sempre ricordare che le nostre indicazioni geografiche esportano quasi il 60% del proprio fatturato, rispetto al 29% della media dell’industria alimentare”, ha evidenziato Scordamaglia, spiegando che proprio questa forza rende ancora più urgente una tutela efficace sui mercati globali.
Da qui la preoccupazione per l’azione europea, ritenuta non all’altezza delle sfide commerciali in corso. Secondo Scordamaglia, “non basta scrivere riferimenti generici alla protezione delle indicazioni geografiche negli accordi bilaterali se poi non è implementata un’effettiva protezione”, mentre il rischio è che le imitazioni sottraggano quote di mercato alle eccellenze italiane. Il riferimento è anche alle dinamiche internazionali che riguardano l’area Mercosur e agli effetti degli accordi tra Javier Milei e Donald Trump, che potrebbero favorire la diffusione di prodotti “Italian sounding” in Argentina.
Il problema, osserva l’ad di Filiera Italia, non è solo commerciale ma anche politico e culturale. “L’Italia ha raggiunto direttamente con i propri strumenti risultati molto positivi nella tutela delle proprie indicazioni geografiche, che tuttavia non bastano se la Commissione tratta questi prodotti come mero folklore e non come una vera leva economica, occupazionale e di valorizzazione dei territori dell’Unione Europea”, ha puntualizzato. Un richiamo diretto alle responsabilità della Commissione europea, accusata di concentrarsi sulla produzione normativa senza garantirne l’applicazione concreta. Bruxelles, ha osservato “è impegnata costantemente a legiferare dimenticandosi tuttavia di garantire poi l’implementazione effettiva delle norme emanate”.
L’attenzione si estende anche ai negoziati commerciali in corso con grandi mercati internazionali, come India e Australia, sui quali – secondo Filiera Italia – servono garanzie più solide, a partire dalla protezione delle denominazioni simbolo del Made in Italy. Una questione che, nella lettura dell’organizzazione, incide direttamente sulla competitività europea nel suo complesso.
Accanto all’agroalimentare in senso stretto, Scordamaglia ha richiamato poi l’importanza di altri segmenti della filiera agricola che contribuiscono alla crescita dell’export nazionale, come il florovivaismo, protagonista della fiera Myplant & Garden in corso a Milano con la partecipazione delle principali organizzazioni agricole, tra cui Coldiretti. Un comparto che unisce sostenibilità, innovazione e crescente domanda internazionale e che dimostra, ancora una volta, come la forza del Made in Italy derivi dalla capacità di valorizzare territori, qualità e identità produttiva.
Nel complesso, il quadro delineato da Filiera Italia è quello di un settore in salute, capace di trainare la crescita e l’immagine dell’Italia nel mondo, ma che necessita di un contesto internazionale più favorevole. L’export agroalimentare, conclude implicitamente l’analisi, non è solo un successo economico: è uno strumento di politica industriale e di posizionamento strategico del Paese che merita una difesa più incisiva a livello europeo.
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