La partita della fibra in Italia non si gioca più sulla costruzione della rete, ma sulla sua adozione. Nello scenario economico e tecnologico europeo, la connettività in fibra ottica non è più soltanto un’infrastruttura abilitante, ma una leva strategica per la competitività, la coesione territoriale e la transizione digitale del Paese. In un contesto in cui l’Europa punta alla piena connettività gigabit entro il 2030, la qualità e l’utilizzo delle reti di comunicazione incidono oggi direttamente sulla produttività, sull’attrattività degli investimenti, sull’innovazione delle imprese e sulla capacità della pubblica amministrazione di offrire servizi efficienti. L’Italia arriva a questo passaggio con una rete ormai ampiamente realizzata, ma con una sfida ancora tutta da giocare: trasformare la disponibilità della fibra in utilizzo reale.
La media europea
La rete in fibra FTTH copre oggi il 72% delle case, una quota ormai vicina alla media europea (circa il 77%). Il vero nodo, su cui anche l’Europa sta concentrando l’attenzione, è però l’adozione: in Italia solo il 30% degli utenti utilizza davvero la fibra, contro una media europea superiore al 54%. Finché la rete non viene utilizzata, i benefici restano incompleti: economici, energetici, sociali. È per questo che il Digital Networks Act europeo non parla solo di costruire nuove reti, ma di valorizzare quelle esistenti, puntando su una transizione ordinata verso la fibra e sullo switch off del rame entro il 2035. Non è una scelta ideologica: è il modo per far sì che il Paese colga davvero il ritorno degli investimenti fatti e trasformi l’infrastruttura in crescita concreta. È in questo contesto che si colloca la nuova fase industriale di Open Fiber, raccontata dalle parole del suo amministratore delegato, Giuseppe Gola.
Punto di svolta
Dopo una lunga stagione di investimenti dedicati alla costruzione dell’infrastruttura, il 2025 segna per Open Fiber un punto di svolta. La società archivia l’anno con risultati economici in forte crescita e apre una nuova traiettoria strategica, centrata sulla valorizzazione degli asset realizzati, sulla commercializzazione dei servizi e soprattutto sull’aumento del take up, cioè dell’adozione effettiva della fibra da parte di famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni. I ricavi salgono a 798,1 milioni di euro, con una crescita del 18%, mentre l’ebitda raggiunge 409,5 milioni di euro (+53%). Sul piano infrastrutturale, la rete FTTH di Open Fiber raggiunge oggi oltre 17 milioni di unità immobiliari con 3,9 milioni di clienti attivi, consolidando il primato della società come primo operatore italiano per clienti ed estensione della rete in fibra fino a casa e come primo operatore wholesale only in Europa. Una rete diffusa che attraversa grandi città, aree industriali e territori a bassa densità abitativa, contribuendo a ridurre uno dei principali divari storici del Paese.
Percorso industriale
«Il nostro percorso industriale è solido», osserva l’amministratore delegato Giuseppe Gola. «Abbiamo portato a compimento una fase straordinaria di investimento infrastrutturale, affrontando sfide tecnologiche, operative e finanziarie complesse. Nelle aree grigie finanziate dal Pnrr, chiuderemo i lavori a maggio, con un mese di anticipo rispetto alla scadenza prevista. Anche il Piano BUL nelle aree bianche è sostanzialmente concluso, con oltre il 99% dei Comuni coperti e solo una limitata coda residua legata a vincoli locali. Ora si apre una nuova stagione, in cui la priorità diventa massimizzare il valore di quanto realizzato e accelerare sull’adozione della fibra, rendendo concreta la trasformazione digitale del Paese».
La banda ultra-larga entra così in una fase nuova, in cui il tema centrale non è più la sola estensione della copertura, ma la migrazione dalle vecchie reti in rame e l’utilizzo pieno delle potenzialità del full fiber.
Moltiplicatore di crescita
Il rischio non è più il digital divide infrastrutturale, ma quello dell’utilizzo. Una rete disponibile ma poco utilizzata non genera gli effetti economici e sociali attesi; al contrario, una rete pienamente adottata diventa un moltiplicatore di crescita. L’adozione della fibra non è più solo una metrica industriale, ma un indicatore di politica economica. Dove la fibra viene adottata, cresce la produttività delle imprese, migliorano i servizi pubblici digitali, si abilitano soluzioni avanzate di smart working, sanità digitale, istruzione a distanza e commercio online. Dove invece l’adozione resta bassa, il rischio è quello di lasciare inutilizzato un capitale infrastrutturale strategico.
Tutto questo è particolarmente evidente nelle aree bianche, cioè le zone più periferiche e meno densamente popolate, dove nessun operatore privato avrebbe investito. Proprio lì Open Fiber, grazie al Piano Banda Ultra Larga, ha portato una rete in fibra moderna e capillare. Secondo uno studio Deloitte, ogni euro investito nelle aree bianche ha generato 4,4 euro di PIL, per un impatto complessivo stimato in circa 21,5 miliardi di euro, con la creazione di circa 343mila posti di lavoro.
Transizione
Il 2026 si configura come l’anno decisivo di questa transizione. «Entriamo nella fase più delicata del nostro sviluppo», spiega Gola. «La copertura FTTH ha ormai raggiunto livelli molto elevati, ma la domanda resta disomogenea. La sfida non è più estendere la rete, bensì accompagnare cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni nel passaggio alla fibra».
Banco di prova
Per il 2026, quindi, il principale driver di crescita non sarà l’espansione infrastrutturale, ma la conversione, con un’accelerazione attesa soprattutto nelle aree bianche e nei territori interessati dai piani pubblici per la banda ultra-larga. Un passaggio che coinvolge l’intero ecosistema digitale: operatori di rete, operatori commerciali, istituzioni e utenti finali.
Più leve
Per colmare questo divario, Open Fiber agisce su più leve: il rafforzamento delle relazioni con gli operatori partner, una maggiore spinta commerciale e un lavoro di informazione e sensibilizzazione sui benefici concreti della fibra. «Il take up», sottolinea Gola, «non è solo un indicatore economico: misura la capacità del Paese di trasformare un’infrastruttura in crescita reale, inclusione sociale e competitività».
È questo il vero banco di prova per il sistema italiano. Dalla capacità di attivare la domanda dipenderà non solo il ritorno sugli ingenti investimenti infrastrutturali, ma anche l’impatto effettivo della banda ultra-larga sullo sviluppo economico e sulla modernizzazione del Paese. Una rete pienamente utilizzata genera valore, efficienza e nuove opportunità; una rete sottoutilizzata rischia invece di restare un potenziale inespresso. «Abbiamo costruito una delle reti più estese e avanzate d’Europa», conclude Giuseppe Gola. «Ora dobbiamo fare in modo che diventi uno strumento quotidiano di sviluppo. La vera sfida della digitalizzazione italiana non è più costruire la rete, ma trasformarla in domanda».
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