Per fortuna che c’è il concerto. Perché se questo è il livello dello scontro con il concerto, viene da chiedersi cosa staremmo vedendo senza. Altro che risiko bancario: una guerra di logoramento che rischia di trasformare una delle poche operazioni industrialmente sensate del 2025 in una faida finanziaria di sapore medievale.
Da settimane il dibattito sul rinnovo del vertice di Monte dei Paschi ruota attorno a un presupposto dato per autoevidente: l’esistenza di un concerto tra Francesco Milleri (Delfin), Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio, ceo di Mps. Un concerto che, a furia di essere evocato, è diventato verità per accumulazione narrativa. Molti lo dicevano, dunque doveva essere vero. Peccato che i fatti raccontino altro.
Cronologia
La cronologia degli ultimi giorni è impietosa. Delfin, primo azionista di Mps, smentisce un accordo con Unicredit per la cessione delle sue azioni e dichiara il proprio appoggio all’attuale management. L’agenzia Reuters sostiene che il Tesoro sarebbe anch’esso pronto a votare il reincarico a Lovaglio, nonostante il ministro Giancarlo Giorgetti abbia dichiarato di non voler interferire nella nomina del nuovo cda dell’istituto. Il Financial Times rivela che l’avversario diretto di Lovaglio, nella corsa al rinnovo, sarebbe nientemeno che Caltagirone. Quest’ultimo smentisce contatti, parla di fratture interne al cda e rinvia ogni decisione alle consultazioni formali. Altro che cabina di regia: qui siamo al massimo a una sala d’attesa affollata, dove ciascuno guarda il proprio orologio.
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Il punto più delicato, e al tempo stesso più rivelatore dell’assenza di qualsiasi coordinamento, riguarda l’eventuale inserimento di Lovaglio nella lista per il nuovo cda. La sua presenza o meno non è una questione nominalistica, ma il riflesso di una divergenza strategica profonda sul destino dell’operazione. Da un lato c’è chi vede nel banchiere il garante di un progetto industriale coerente, che contempla l’ipotesi di una fusione tra Mps e Mediobanca, capace di dare un senso sistemico al risiko bancario e di chiudere una stagione di fragilità con un disegno di lungo periodo. Dall’altro c’è chi nel cda, pur riconoscendo i risultati del risanamento, considera più efficiente un approccio finanziario: valorizzare la partecipazione acquisita con l’Opa, ricollocando sul mercato quel 30–35% di Mediobanca per massimizzarne il ritorno e quindi le opportunità di nuovi investimenti, senza vincolarsi a un’integrazione industriale complessa e politicamente sensibile, probabilmente destinata a spegnere progressivamente un brand di grande valore. Due visioni legittime, ma incompatibili, che spiegano perché la posizione di Lovaglio resti sospesa e contesa. Se esistesse il concerto, questa scelta sarebbe già stata risolta a monte, ci sarebbe una linea comune, una tempistica condivisa, una strategia di voto coerente. Invece emerge l’esatto contrario: posizioni diverse, interessi talvolta convergenti, spesso divergenti, e soprattutto una difficoltà oggettiva a parlarsi. Non per mancanza di volontà, ma per la presenza ingombrante di un’indagine che funziona da dissuasore universale.
Il comunicato
Basterebbe rileggere il comunicato del Gruppo Caltagirone diffuso il 15 dicembre per archiviare la favola del patto occulto: divergenze profonde su tempi, modalità, quantità acquistate e strategie. Un concerto, se esiste, è talmente dissonante da risultare indistinguibile dal caos. Eppure su questa base fragile la Procura di Milano ha costruito un’inchiesta che oggi pesa come un macigno sull’asse Roma-Siena-Milano. Un’indagine la cui consistenza suscita più di un interrogativo, non fosse altro per l’origine: una denuncia dal sapore apertamente ritorsivo presentata dalla Mediobanca guidata da Alberto Nagel. Proprio Mediobanca, che del concerto ha fatto una prassi storica, prima sotto Enrico Cuccia e poi sotto Nagel. Il paradosso è servito: chi ha teorizzato e praticato il coordinamento tra soci oggi lo brandisce come clava giudiziaria contro i concorrenti.
Danni certi
Il risultato è un cortocircuito istituzionale. L’inchiesta, al di là dei suoi esiti, sta già producendo un danno certo: impedisce il dialogo. In un settore delicato come quello bancario, in una fase di riassetto complesso ma finalmente razionale, il confronto tra grandi azionisti e management sarebbe non solo utile, ma necessario. Invece tutto è congelato. Tutti parlano tramite comunicati. Tramite avvocati. Nessuno può davvero mediare, visto che gli attori protagonisti non possono guardarsi negli occhi. Sicché nessuno può comporre.
Operazione brillante
Così un’operazione brillante, seppure faticosa, rischia di deragliare. Il risiko bancario del 2025 aveva riportato sul nostro mercato logica industriale, chiarezza sugli obiettivi, una prospettiva di consolidamento ordinato. Ora rischia di essere travolto da una caccia alle streghe che non produce trasparenza ma paralisi. E a pagare il conto, come sempre, sono gli azionisti di Mps e, più in generale, la credibilità del mercato italiano. Perché un sistema in cui ogni ipotesi di convergenza viene trattata come un reato, e ogni divergenza come prova di colpevolezza, è un sistema che scoraggia il capitale, non lo governa.
Il concerto che tutti cercano – così come descritto nella legge che lo vieta – probabilmente non c’è. Ma se si continua così, la musica rischia di fermarsi davvero. E questa volta non per colpa degli orchestrali, ma di chi ha scambiato il rumore per una sinfonia.
Post Scriptum. C’è una possibile variante all’ipotesi suesposta, che poggia sulla documentazione “esigibile” nota (quella che gli avvocati degli indagati possono ottenere dai pm titolari dell’inchiesta), ed è che tra le intercettazioni raccolte vi siano dialoghi ai quali hanno partecipato parlamentari o membri del governo. Si tratterebbe di prove “inesigibili”, ovvero secretate, delle quali solo la Giunta per le autorizzazioni potrebbe disporre, qualora l’autorità giudiziaria chiedesse provvedimenti esecutivi. E poiché è noto che nell’operazione Mps-Mediobanca vi sarebbe stata qualche intrusione di figure istituzionali, allo stato è difficile stabilire se il preteso concerto abbia o meno tratto sostanza da quegli scambi verbali. È un dubbio che tuttavia vale la pena coltivare, anche in relazione a un possibile uso strumentale di ipotesi di reato che – sollevate nel pieno dello scontro sulla riforma della magistratura – potrebbero inserirsi nel filone ormai noto della cosiddetta “giustizia a orologeria”.
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