L’impresa è complicata, quasi come scalare l’Everest senza ossigeno. Eppure, la mossa d’orgoglio di Luigi Lovaglio, ormai ex ceo con le deleghe sospese di Mps, rigetta l’istituto nel clima da battaglia. Una questione personale che ha un costo certo e altissimo: appannare l’impresa della scalata su Mediobanca, perdere una serie di benefici immediati, affrontare le conseguenze di una sconfitta che sembra molto probabile. Lovaglio ha comunque tirato dritto, rinunciando perfino alla proposta che gli sarebbe arrivata dal ministero dell’Economia per guidare Amco, la società pubblica dei crediti deteriorati, una volta concluso il suo mandato alla guida di Rocca Salimbeni. Questo la dice lunga sui principi di un uomo di carattere, al punto da far valere le sue ragioni anche oltre i limiti di quello che molti avrebbero giudicato razionale. Troppo amaro il boccone dell’esclusione dalla lista del cda di Mps, nata dopo i contrasti in consiglio con i consiglieri del gruppo Caltagirone, intorno alla differenza di vedute sul futuro di Mediobanca. Alla fine, Lovaglio l’ha spuntata sul delisting della merchant bank, ma ha finito per perdere la poltrona pur di aver ragione sugli azionisti. Una scommessa che, tuttavia, a guardare numeri e schieramenti in campo, prende i connotati di un’operazione kamikaze.
Appuntamento il 15 aprile
Il prossimo 15 aprile i soci di Mps si riuniranno per rinnovare i vertici. In campo ci sono la lista del cda, che schiera come unico candidato ad Fabrizio Palermo e la conferma del presidente Nicola Maione; la lista Plt della famiglia Tortora, che candida Luigi Lovaglio in ticket con l’ex presidente di Unicredit Cesare Bisoni; e la lista di minoranza di Assogestioni. Considerando prevedibile un’affluenza simile a quella dello scorso 4 febbraio (il 68% del capitale, senza il 4,8% del Mef che non aveva depositato le azioni), tra i maggiori azionisti si registrano posizioni diverse. C’è la Delfin della famiglia Del Vecchio, che depositerà il suo 17,5% ma, salvo cambi dell’ultima ora, si asterrà, preservando la sua politica di non alimentare contrasti e favorire la stabilità. Il Mef non dovrebbe essere della contesa anche in questa occasione, sebbene ci sia chi sostiene che approverà la lista del cda.
I fondi
C’è poi il gruppo Caltagirone (11,45%). Anch’esso porterà i suoi voti alla lista del cda, come probabilmente farà il pacchetto Banco Bpm-Anima (3,7%), così come la Finprog dei Doris (0,7%) e SchemaDelta dei Benetton (1,45%). La lista Lovaglio, invece, incasserà il favore della famiglia Tortora e della Ggg dell’imprenditore Giorgio Girondi, ai quali – secondo indiscrezioni di mercato – farebbe capo un pacchetto di voti intorno al 5%. Avranno poi un certo peso i grandi fondi: BlackRock, del resto, ha una partecipazione vicina al 5%, e poi ci sono altri big come Vanguard (3,6%) e Norges (2,4%), solo per citare alcuni dei nomi più significativi. Nelle scorse settimane c’è chi ipotizzava che alcuni investitori istituzionali – che in passato hanno sostenuto Lovaglio – potessero portare la loro preferenza all’ad uscente. Del resto si sarebbe lavorato in questa direzione in occasione dell’ultima visita a Londra per presentare il nuovo piano industriale, con l’ormai ex candidato ad Corrado Passera presente nella City proprio in quei giorni tanto da ipotizzare un’alleanza tra i due. Circostanza che ha poi portato il cda non solo a disarcionare Lovaglio, ma anche a puntare con decisione assoluta – corroborata dalle valutazioni positive del comitato nomine e del board – sull’indicazione di Palermo come prossimo capo azienda.ù
Tornando all’assemblea, però, è difficile che i fondi optino per votare in massa per Lovaglio (circostanza che renderebbe possibile una vittoria clamorosa), un po’ perché parte di loro voterà per Assogestioni e un po’ perché in passato – il caso Generali insegna – hanno dimostrato una naturale propensione a votare per la lista del cda. Dal loro punto di vista la priorità è infatti la stabilità e tutto ciò che rende loro ragionevolmente certa la redditività e il flusso delle cedole, così da gratificare i propri investitori nel breve termine.
Speranza ribaltone
Va da sé che, per avere una speranza di vittoria, Lovaglio dovrebbe sperare in un ribaltone dell’ultimo minuto da parte di un grande azionista e nel supporto di un pacchetto robusto di fondi d’investimento: una cosa al limite della mission impossible. Altrimenti, l’unico obiettivo possibile è la conquista delle poche poltrone (tre) destinate alle minoranze, circostanza che permetterebbe di avere pochi effetti reali sull’istituto, se non quello di mantenere comunque un piede nella banca.
C’è poi un altro aspetto, messo in evidenza dall’ex vicedirettore centrale di Bankitalia Angelo De Mattia, che rende più complicata una vittoria di Lovaglio. La sua lista ha aperto «una nuova ipotesi di formazione della governance – osserva – sulla cui effettiva praticabilità e accettabilità nutro più di qualche dubbio. Resta da capire quale sarà l’orientamento della vigilanza Bce, soprattutto alla luce dell’attenzione crescente non solo sugli aspetti statici di esperienza, professionalità e idoneità, ma anche sui processi dinamici di formazione della lista».
La Bce
In pratica, se da un lato Lovaglio e Bisoni hanno certamente esperienza per ricoprire il ruolo, la vigilanza bancaria ora presta attenzione anche ad altri dettagli: tra questi, il processo di formazione della lista. Non è chiaro se ci sia stato il tempo necessario per il coinvolgimento degli advisor e quale sia stato il loro ruolo effettivo. Né è chiaro in che modo siano stati selezionati i candidati e perché la lista sia stata presentata in prossimità della scadenza senza alcun cenno a una comunicazione alla Bce per la valutazione dei profili.
Di contro, la procedura per la lista del cda è stata molto articolata e punteggiata da numerosi scambi con Francoforte. Palermo – come sottolineato dallo stesso comunicato di Mps – è il risultato di un processo condotto sotto la supervisione del Comitato Nomine, con la definizione dei criteri per la carica, l’analisi di un ampio bacino di candidati, valutazioni comparative e la verifica dei requisiti di idoneità.
Insomma, anche in questo caso il confronto è fra il certo e l’incerto.
© Riproduzione riservata