Un tempo era il selvaggio west della finanza: un territorio poco regolamentato, pieno di rischi e opportunità, dove solo gli investitori più audaci osavano avventurarsi. Oggi il credito privato, nato dall’eredità dei junk bond (le obbligazioni spazzatura) e del private equity (società non quotate), è diventato un colosso silenzioso della finanza globale. Si tratta di quei prestiti che non passano dalle banche, ma da fondi specializzati che finanziano direttamente le aziende, spesso medio-piccole, tagliate fuori dal credito tradizionale. In principio era una nicchia per pochi, ma nel tempo il richiamo di rendimenti solidi più elevati del tradizionale obbligazionario ha attirato fiumi di capitali. E ora ci si chiede: è ancora un’opportunità da cogliere o l’era del “denaro facile” è finita?
Sebbene l’ascesa del credito privato risalga formalmente agli anni ’80, il suo boom è avvenuto dopo la crisi finanziaria globale del 2008. I massicci stimoli fiscali dei governi, i tassi di interesse vicini allo zero, le normative bancarie più severe e un aumento dei capitali alla ricerca di rendimenti hanno incoraggiato un’attività creditizia aggressiva al di fuori del sistema bancario tradizionale. Gli investitori si sono precipitati sul credito privato, come alternativa redditizia. Poi è arrivata la pandemia, e il mercato ha accelerato ancora: negli ultimi cinque anni, le dimensioni globali del settore sono quasi raddoppiate a 1.500 miliardi di dollari. E secondo Morgan Stanley, entro il 2030 potrebbe raggiungere i 2.600 miliardi.
Gli investitori sono attratti da un rendimento potenziale più alto rispetto alle tradizionali posizioni azionarie e obbligazionarie. Non a caso, nel momento di picco dei tassi nel 2022, i rendimenti hanno toccato anche il 12%. Inoltre, questa classe di attività offre una copertura all’inflazione e una buona dose di diversificazione, in quanto meno correlata ai mercati pubblici. Per chi vuole allontanarsi dal classico mix azioni-obbligazioni, il private credit può sembrare quindi una alternativa appetibile. Certo, c’è da considerare anche i rischi, che non mancano. Essendo investimenti non quotati, il private credit è illiquido, e potrebbe non essere possibile vendere le proprie quote rapidamente o al momento desiderato. L’illiquidità e il lungo orizzonte temporale rendono questo investimento più adatto a chi può sostenere un impegno finanziario prolungato.
Ora però, di fronte a questo boom, rimane ancora così appetibile? Ed è ragionevole aspettarsi il perdurare di rendimenti a due cifre? Nel lungo termine il credito privato ha sovraperformato l’high yield (il comparto obbligazionario più rischio e ad alto rendimento). Dal picco del 2022, “i ritorni del credito privato hanno oscillato tra l’8 e il 10% e, sebbene le performance passate non siano indicative di quelle future, prevediamo che i rendimenti possano normalizzarsi su questo intervallo”, sostengono da JP Morgan Private Bank.
Tuttavia, serve un cambio di passo, perché l’era dell’esposizione passiva è finita. Il nuovo modello di credito privato si gioca sulla gestione attiva, sulla selezione dei settori e delle aree geografiche più promettenti. Non si tratta più solo di finanziare imprese in difficoltà, ma di esplorare tutto lo spettro del credito, in cerca di opportunità calibrate tra rischio e rendimento. Il credito privato oggi è un ecosistema tentacolare, che tocca quasi ogni angolo dell’economia. Dai prestiti aziendali ai finanziamenti infrastrutturali, dalle strategie opportunistiche a quelle più conservative, la gamma si è ampliata. Ecco perché la differenza, più che in passato, la possono fare i gestori: la loro rete di contatti, l’abilità nel valutare i flussi di cassa, la capacità di fare due diligence approfondite, diventano fondamentali per proteggere il capitale e ottenere risultati soddisfacenti.
La maturazione del mercato deve quindi essere accompagnata da un cambiamento di prospettiva: mercato pubblico e privato non sono più in competizione, ma strumenti complementari in una strategia d’investimento moderna. Il credito privato non è più una scommessa da pionieri, ma una risorsa strategica. E secondo JP Morgan, potrebbe rappresentare tra il 5% e il 20% di un portafoglio ben costruito, a seconda degli obiettivi e della propensione al rischio. Non è più il far west, ma resta una frontiera dove chi sa muoversi può trovare ancora pepite d’oro.
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