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Rendimenti da maratona, bond e azioni non bastano. Per salire sul podio occorre trovare una pepita d'oro

Il metallo giallo brilla (+15% medio annuo nell’ultimo decennio) e batte le azioni globali anche sugli orizzonti lunghi. Ma nei portafogli multi-asset continua ad avere uno spazio minimo. L’esperto: «È l’unico antidoto per proteggersi dal virus del debito pubblico»

Per anniversari e giubilei reali l’oro è un protagonista assoluto, nei portafogli d’investimento reclama un ruolo di rilievo. Anche astraendo dal portentoso balzo dell’ultimo anno, il metallo giallo già da tempo mostra di avere le carte in regola per essere un ingranaggio strutturale da affiancare al classico mix azioni-bond. L’exploit recente del re dei preziosi si colloca infatti all’interno di un solco di lungo e lunghissimo periodo. Lo scorso dicembre sono scoccati i dieci anni dall’avvio dell’attuale mercato rialzista del metallo giallo e in questo arco di tempo la performance è stata di quasi il 15% medio anno, battendo quella dei mercati azionari sviluppati (+11,9% annuo per l’Msci World in versione total return, ossia considerando anche i dividendi); allungando l’orizzonte la prova di forza si conferma: a 20 anni il metallo giallo ha generato un rendimento medio annuo dell’11,4% con l’8,6% dell’azionario mondiale, il 3,3% dei bond statunitensi e il -2,4% delle materie prime.

Chi negli anni ha tenuto in portafoglio un congruo gruzzoletto di oro ha visto quindi le performance giovarsene, oltre ad averne i benefici in termini di diversificazione dell’allocazione. L’oro, infatti, inserito in modo strutturale in un portafoglio multi-asset rappresenta un tassello in grado di migliorare, in modo misurabile, il profilo di rischio/rendimento. Partendo da un portafoglio multi-asset “classico” (azionario globale, governativi, credito, immobiliare, ecc.), il paper “Invest in gold” curato da State Street simula tre varianti con una quota crescente di oro tramite un Etf sul metallo giallo, tra il 2% e il 10%. Il risultato più immediato riguarda il rendimento cumulato: in 20 anni tutte le versioni con oro (2%, 5%, 10%) hanno battuto il portafoglio senza oro, aggiungendo una “spinta” al totale in virtù della capacità del prezioso di performare bene proprio nei momenti in cui azioni e obbligazioni faticavano (crisi finanziaria globale, crisi del debito Eurozona, shock inflattivo 2021‑2022). Inoltre, dal punto di vista del rischio aggiustato (sharpe ratio), l’assist è ben visibile: in tutte e tre le ipotesi il rapporto rendimento/volatilità migliora rispetto al portafoglio classico.

L’oro, in altre parole, redistribuisce il rischio in modo più efficiente, sfruttando la bassa o nulla correlazione con azioni e bond. Il massimo drawdown, cioè la perdita massima dalla fase di picco alla fase di minimo, si riduce fino a circa 400 punti base rispetto al portafoglio senza oro. Gli strumenti multi-asset comprendenti anche l’oro risultano ancora merce abbastanza rara, seppur in aumento. «I fondi multi-asset concepiscono oggi la diversificazione in modo molto più ampio di quanto usassero fare anni fa – rimarca Francesco Sandrini, chief investment officer di Amundi Sgr e Global Head of Multi-Asset di Amundi- con il fortissimo incremento dello stock di debito pubblico in molti paesi sviluppati, risultato di politiche fiscali spesso pro-cicliche, che ha ottenuto l’effetto di alterare il tradizionale concetto di diversificazione alla base dei portafogli bilanciati e difatti i comparti azionario e obbligazionario governativo sono molto meno decorrelati di quanto fossero fino a 5 anni fa».

Il mantra della strategia 60/40, con allocazioni divise tra azioni (60%) e bond (40%), è stato dominante a lungo lasciando poco spazio a variazioni sul tema. L’attuale corsa all’oro sollecita un cambio di paradigma anche perché il terribile 2022, con discesa simultanea di azioni e bond, ha messo in crisi le fondamenta del 60/40. Il reddito fisso, da sempre un buon ammortizzatore naturale quando i mercati vacillano, sta infatti vedendo diminuire il suo potere di diversificazione complice una serie di fattori quali l’inflazione sopra target, le persistenti tensioni geopolitiche, il deficit fiscale negli Stati Uniti e la graduale diversificazione degli investitori dal dollaro statunitense. «In questo panorama frammentato, l’oro si distingue come uno dei pochi asset in grado di offrire indipendenza dal rischio sovrano, resilienza nei periodi di recessione e un profilo di rischio/rendimento potenzialmente interessante», rimarca Thibaut Dorlet, senior multi-asset fund manager di Candriam. «Per il 2026 – prosegue l’esperto – la questione non è se detenere l’oro, ma in quale misura integrarlo su base duratura come componente strategica in un portafoglio progettato per affrontare un futuro più incerto».

Tra i teorici del portafoglio si passa da approcci più conservativi nell’ordine del 5-10% a quelli più aggressivi che spingono verso il 10-15%. Si spinge ancora oltre il portafoglio permanente. Ideato dall’economista Harry Browne negli anni ’80 e conosciuto anche come strategia 25/25/25/25, è una strategia di suddivisione equamente delle proprie partecipazioni tra quattro principali classi di asset: azioni, obbligazioni, oro e liquidità. È pensato per essere un portafoglio “pigro”, non gestito attivamente e destinato a essere mantenuto a lungo termine.

Da un confronto quantitativo tra il portafoglio permanente e uno 60/40, emerge che il primo con il piedistallo dell’oro nell’ultimo anno ha dato un rotondo +23% rispetto al +10% del classico azioni+bond, ma anche più sul lungo periodo risulta in vantaggio: +8% circa annuo negli ultimi 5 anni rispetto al +5,4% del 60/40, mentre a 30 anni la differenza è esigua (7,06% rispetto a 6,9% annuo), ma va considerato anche un drawdown del 15,9% rispetto al 19,17% del 60/40. «Su orizzonti temporali lunghi, una quota strutturale in oro può migliorare il profilo complessivo di portafoglio grazie alla decorrelazione dagli asset tradizionali e al ruolo di asset monetario nei periodi di stress macro, inflazione persistente o perdita di fiducia sul debito sovrano (come sta accadendo in questa fase). In altre parole: l’oro penalizza chi lo valuta in modo tattico, ma può premiare chi lo inserisce con una logica strategica di lungo periodo», asserisce Angelo Ciavarella, professore a contratto presso l’Università di Greenwich.

Le preoccupazioni sul livello enorme raggiunto dai debiti pubblici in paesi come gli Stati Uniti ed il Giappone hanno instillato il rischio di de-basement valutario, ovvero di perdita di valore delle loro valute. Questo effetto, insieme all’incremento del rischio geopolitico, è alla base della domanda sostenuta di oro e argento come asset reali in grado di costituire riserve di valore rispetto alle tradizionali valute rifugio (dollaro, yen). «Questi trend – aggiunge Sandrini di Amundi – vengono catturati, oltre che attraverso l’esposizione diretta sull’oro, anche attraverso l’esposizione a titoli azionari di società attive nel settore minerario o energetico». Sul fronte degli Etf è ancora più evidente la mancanza di soluzioni multi-asset che vadano oltre la classica allocazione tra azionario e obbligazionario. “In prospettiva un’evoluzione possibile potrebbe riguardare soluzioni a gestione attiva – asserisce Francesco Branda, head of ETF & Index Sales Italy, UBS AM – in cui il gestore modifica in modo discrezionale l’asset allocation».