C’è un momento, nelle Borse, in cui il rumore non inganna più. Le quotazioni salgono, i conti aziendali sorridono, i commentatori annunciano nuovi paradigmi, e però qualcosa stride. È il fruscio che precede i veri cambi di ciclo. Il 2025 è stato esattamente questo: l’anno in cui gli investitori hanno capito che non si può correre all’infinito senza guardare dove si mettono i piedi.
Il primo campanello? Il prezzo dell’oro. Più 50% dall’inizio dell’anno, migliore performance dal 1979. Non esattamente il comportamento di un metallo, sia pure prezioso, che si compra per noia. Se l’asset più statico del pianeta diventa il simbolo della corsa, significa che la realtà è stata più veloce delle narrazioni.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale, o meglio, il ritorno sulla terra della sua narrativa. Il caso Nvidia è diventato il manifesto del “troppo, troppo in fretta”. Non una delusione nei risultati – quelli restano degni di un monopolista illuminato – ma nelle pieghe delle diverse voci di bilancio: un cash flow operativo che si ferma al 75% dell’utile, 33 miliardi di crediti commerciali, inventari cresciuti del 30%. Numeri che in tempi di normalità provocherebbero un leggero alzar di sopraccigli; in tempi di euforia hanno generato un dubbio, e basta un dubbio per cambiare il clima. Se poi perfino l’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, si concede un’uscita del tipo «se scoppia la bolla dell’IA, nessuno sarà risparmiato», significa che non siamo più nella fase in cui i colossi dettano la narrativa: siamo nella fase in cui iniziano a proteggersi da essa. Il che, storicamente, coincide sempre con la fine delle danze.
I dazi
Non bastasse, ecco rotolare i cavalloni dei dazi trumpini, ultima frontiera del protezionismo creativo. Dovevano rilanciare il dollaro: lo hanno indebolito. Dovevano colpire il commercio mondiale: lo hanno reso più nervoso e più opaco, non più piccolo. Le catene di forniture, come continenti alla deriva, hanno iniziato a spostarsi lentamente, ma senza possibilità di ritorno. Il mondo non è crollato, si è complicato, cosa che talvolta è peggio. E se gli Stati Uniti continuano a macinare profitti muscolosi (più 15% anno su anno), dietro il sipario si intravede la forma della nuova K-economy, con il 20% della popolazione che prospera e l’80% che annaspa o quasi. Il tutto mentre 45 trilioni di dollari in azioni sono nelle mani delle famiglie: una bomba di ricchezza pronta a deflagrare in silenzio al primo -10% di mercato. Non serve la recessione: basta il panico da estratto conto.
Angolo di visuale
A sua volta l’Europa, per cambiare angolo di visuale, è la solita Europa: non cade, ma nemmeno cresce. Indici Pmi del manifatturiero fiacchi, consumi stanchi, Germania al sesto anno consecutivo senza slancio. È il continente della resilienza senza ambizione, dove ogni rimbalzo è più un rimbalzo tecnico che un cambio di passo. Una terra perfetta per chi ama il medio rischio con basse emozioni. Ma che, di fronte a una scossa Oltreatlantico, rischierebbe di pagare un identico prezzo.
Leggi anche:
Il cigno nero incombe e crescono i timori di una maxi-bolla IA sui mercati finanziari
E arriviamo alla domanda più gettonata dell’anno: siamo in una bolla? La risposta breve: no. La risposta articolata: sì, ma diversa da quelle che ricordiamo. Non è la bolla del 2000, in cui si comprava tutto ciò che conteneva un modem o il cui nome era preceduto da una “e“ seguita dal punto. Non è il 2008, in cui la finanza aveva scambiato il rischio per un’opzione call gratuita. Questa è una bolla diversa: una bolla di aspettative, di moltiplicatori temporali. Alcune società attive nell’intelligenza artificiale scambiano a prezzi che richiederebbero ricavi dieci volte superiori agli attuali e in tempi che nessun ciclo di investimento può garantire. Non è la tecnologia il problema: è il calendario. Dunque, quello che ci attende non è un tonfo di settimane, ma la decompressione di un decennio di entusiasmo concentrato in due anni. E la scommessa sul nuovo ciclo passerà quasi certamente da Wall Street. Le valutazioni si adegueranno, l’economia reale sarà in parte risparmiata, perché oggi le imprese sono più solide, meno indebitate, più vigilate. È un mercato che può correggere, anche molto energicamente, senza però crollare: un lusso raro, e non eterno. La capacità di leggere questo passaggio separa chi rincorre la narrativa da chi anticipa i cicli.
Intanto, chi vuole vedere il futuro dovrebbe fin d’ora guardare dove non guardano più gli altri. Energia, infrastrutture, semiconduttori secondari, utilities: sono loro i veri abilitatore dell’intelligenza artificiale. Non faranno gridare al miracolo, ma faranno i bilanci. E quando la domanda energetica dei data center crescerà a dismisura – perché crescerà a dismisura – saranno questi nomi a dettare il ritmo del ciclo, non gli idoli del Nasdaq.
L’oro
E poi c’è l’oro, che continua a lanciare segnali inequivocabili: afflussi robusti, acquisti istituzionali stabili, giudizio di sottovalutazione da parte dei gestori globali. È il mercato che ci parla, con un linguaggio semplice: il mondo si sta spostando verso un ordine più multipolare. E l’oro, come sempre, arriva molto prima dei comunicati ufficiali.
Consapevolezza
Manca un mese alla chiusura dell’anno. Non arriveremo al traguardo con la certezza di un nuovo ciclo, ma con la consapevolezza che il vecchio sta finendo. E come spesso accade, i mercati fanno più paura nel passaggio che nei fatti. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale non si fermerà, semplicemente rifiaterà. I dazi non distruggeranno il commercio globale, lo renderanno più selettivo. Sicché il 2025 non sarà l’anno del crollo, ma sarà l’anno della differenza tra chi è corso dietro alle narrazioni e chi con disciplina è corso davanti ai cicli. Come sempre, sarà una differenza pagata in punti percentuali. E in reputazioni.
Leggi anche:
Anche Google suona l’allarme sulla bolla IA
Cresce la paura della bolla IA: l’investitore “veggente” scommette contro Nvidia e Palantir
© Riproduzione riservata