Dall’unanimismo si può solo retrocedere. Sembra il destino dell’Adepp, l’associazione che raccoglie le venti Casse di previdenza “private e privatizzate” che costituiscono il primo pilastro della previdenza per circa 1,7 milioni di professionisti in Italia, con un tesoro di circa 125 miliardi di risorse finanziarie, accumulate con i contributi riscossi.
Alla fine dello scorso anno la grande marcia impressa dalla presidenza di Alberto Oliveti per porre il destino delle Casse al centro della politica e della finanza nazionale ha toccato l’apice. Con il successo certificato all’esterno dal risiko bancario chiuso con l’operazione Mps-Mediobanca. E con una manifestazione di consensi interni all’associazione. Per il decimo anno consecutivo, il presidente della Fondazione Enpam (la Cassa dei medici, la più grande per iscritti e per patrimonio), Alberto Oliveti in dicembre è stato rieletto presidente di Adepp all’unanimità. Un monarca costituzionale, o “parlamentare” se fosse accettabile l’ossimoro.
Troppo? Oliveti aveva avvertito: «Non farò il presidente contrastato». E in gennaio, quando si compose il Consiglio Direttivo c’è stato chi ha cominciato a mugugnare, per essersi visto emarginato dalla stanza dei bottoni, dove siedono biologi e commercialisti, come vice-presidenti; avvocati, veterinari, ingegneri e giornalisti (gestione separata, il resto è finito all’Inps) nel direttivo. Il malessere si è manifestato pubblicamente all’inizio di febbraio, quando la presidente di Enasarco, Patrizia De Luise (un passato recente al vertice di Confesercenti), ha lamentato «una carenza di dialogo e di confronto, ritenendo venute meno le condizioni che avevano giustificato l’ingresso in Adepp nel 2013».
Il clima di insoddisfazione potrebbe non essere circoscritto a Enasarco, visto che all’assemblea Adepp di fine gennaio non hanno partecipato neppure la Cassa dei ragionieri, l’Enpacl (consulenti del lavoro), l’Enpapi (infermieri) e la Cassa geometri. Formalmente le dimissioni non sono ancora state certificate, ma lo Statuto dell’Adepp le farebbe comunque scattare dal primo gennaio dell’anno successivo, quindi non c’è fretta per l’ufficializzazione.
Molti ne parlano, nessuno al momento vuole esporsi. Di certo la questione non riguarda solo il nobile “cortile” associativo. Per più di un motivo. Il primo sono i soldi. Tanti. Il patrimonio di 125 miliardi di euro vuol dire un fiume generoso di investimenti per il mondo della finanza e dell’economia reale. È vero che si tratta di uno dei pochi casi in cui la somma non fa il totale, visto che ciascuna Cassa è responsabile in proprio della gestione per assicurare il futuro previdenziale dei propri iscritti, ma è pur vero che l’operazione Mps-Mediobanca ha fatto capire quanto questi denari possano essere importanti per gli assetti del sistema finanziario. E a chi rimproverava Oliveti e le Casse di essersi ficcati in un’avventura speculativa troppo rischiosa, veniva esibita la plusvalenza milionaria conseguita, benché “bloccata” dall’impossibilità di riscuotere, vendendo le quote. E qui i mugugni sono iniziati proprio dentro le Casse promotrici dell’operazione: se non si può capitalizzare il vantaggio, il vantaggio è stato solo quello degli alleati esterni, da Caltagirone a Delfin, fino al governo. Le Casse solo utili ruote di scorta?
Poi l’Adepp sconta di essere un coacervo di mondi diversi, persino troppo diversi, per peso di iscritti, per patrimonio, per componente anagrafica. Il 75% di quei 125 miliardi è delle cinque Casse maggiori (tre di queste: Enpam, Cassa Forense e Inarcassa hanno costituito Assodire, un soggetto finanziario autonomo, con Fondo Poste). Le altre Casse sono “nani”, se non nel numero degli iscritti, certamente nel valore del patrimonio. C’è poi, da sempre, chi guarda alle Casse come a un istituto transitorio, soprattutto nell’orizzonte della crisi demografica, che fatica ad assicurare il rapporto ideale tra lavoratori attivi e pensionati anche sui grandi numeri dell’Inps. Figurarsi l’aleatorietà degli equilibri per Casse o troppo giovani (quando i biologi arriveranno in età di pensione, che mondo avranno davanti a loro?) o troppo anziane (non a caso c’è chi cerca di procrastinare la pensione per allontanare il tempo dell’erogazione delle prestazioni). Gli equilibri tracciati dalla Fornero nell’orizzonte dei 50 anni sono troppo aleatori per essere rassicuranti. E molti guardano alla fine dell’Inpgi (giornalisti) nell’Inps, come un finale di partita inevitabile, per annegare nei grandi numeri il difficile obiettivo della sostenibilità nella prospettiva della crisi demografica.
Ma la domanda delle domande è quella che serpeggia – dicono – al ministero del Lavoro: che senso ha Adepp, un’associazione di soggetti istituzionali? Tradotto: si occupassero di sostenibilità previdenziale, ciascuna Cassa per sé, invece che porsi come soggetto politico collettivo. L’Inps non fa politica, per certi versi la “subisce”. È un ente pubblico. Una Istituzione. Ma anche le Casse lo sono, proprio perché sostituiscono l’Inps per la previdenza obbligatoria, il primo pilastro, dei professionisti (ordinistici e no: c’è anche la Cassa pluricategoriale, Epap, che raccoglie attuari, chimici e fisici, dottori agronomi, dottori forestali e geologi).
Anche aver dato vita a un Fondo sanitario, Emapi, avrebbe contribuito a snaturare l’obiettivo primario delle Casse. Insomma, con Enasarco potrebbe essere anche la ministra Calderone ad avere uno sguardo critico al sistema Adepp. E al suo attivismo. Dall’associazione nessuna replica. Anche se c’è chi indica due questioni laterali, che potrebbero essere all’origine di questa “crisi” Adepp: Enasarco avrebbe voluto che la propria Sgr, Miria Group, venisse presa in considerazione per gli investimenti delle altre Casse. Così non è stato. Mentre sul fronte della ministra Calderone, per giustificare le sue insofferenze verso Adepp, c’è chi guarda a quella battaglia sotterranea (neanche troppo) sulla riforma degli ordini professionali, dove, ad esempio, ragionieri e commercialisti, pur essendo parte di uno stesso ordine, si dividono in due distinte casse di previdenza: da un lato i dottori commercialisti, alleatissimi di Oliveti e con l’ambizione di assorbire la cassa dei ragionieri, dall’altro i ragionieri, difesi dal governo, respingono le mire di annessione dei colleghi laureati. La guerra è appena iniziata?
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