In Italia le donne continuano a guadagnare meno degli uomini. Il divario retributivo medio si attesta al 10,4%, con differenze presenti in tutte le categorie professionali. È quanto emerge dall’ultimo rapporto retribuzioni di ODM Consulting, diffuso in vista della Giornata Internazionale della donna dell’8 marzo.
Intanto il Governo italiano sta esaminando in via preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue sulla trasparenza retributiva, che punta a rafforzare equità nelle politiche salariali. Tuttavia, secondo l’analisi, le aziende italiane sono ancora lontane da una piena maturità su questi temi.
Colmare il divario di genere in termini di occupazione e retribuzione potrebbe far aumentare il Pil pro capite dell’Ue fino al 10% e creare fino a 10 milioni di posti di lavoro aggiuntivi entro il 2050, secondo la Commissione europea.
Dove il divario è più forte
L’analisi delle retribuzioni per genere mostra che gli uomini percepiscono salari mediamente superiori a quelli delle donne in tutte le categorie di inquadramento. Il gap più elevato si registra tra gli operai, dove la differenza raggiunge il –12,3%: una retribuzione media annua di 30.975 euro per gli uomini contro 27.153 euro per le donne.
Seguono i dirigenti, con 123.322 euro per gli uomini e 110.249 euro per le donne, pari a un gap del –10,6%, e gli impiegati, dove la retribuzione media è di 37.969 euro per gli uomini e 34.187 euro per le donne, con una differenza del –10%. Il divario è più contenuto tra i quadri, con 66.513 euro per gli uomini e 62.699 euro per le donne, pari a –5,7%. Complessivamente la retribuzione media annua è di 38.502 euro per gli uomini e 34.509 euro per le donne, da cui deriva il gap medio del –10,4%.
Ai vertici poche donne
Guardando ai vertici aziendali, il quadro presenta luci e ombre. Nelle società quotate, grazie all’applicazione della Legge n. 160/2019 sulle quote di genere, la presenza femminile nei Consigli di amministrazione ha raggiunto circa il 43%, un livello stabile negli ultimi anni. Nonostante questo progresso, le donne restano fortemente sottorappresentate nelle posizioni apicali: solo il 2,2% ricopre il ruolo di amministratrice delegata e appena il 3,5% quello di presidente del CdA. Un dato interessante riguarda però le remunerazioni: una volta raggiunta la posizione di amministratore delegato, il divario retributivo praticamente scompare, con un Gender Pay Gap pari appena all’1,3%.
Meno occupazione e più lavoro di cura
Il divario salariale si inserisce in un quadro più ampio di disuguaglianza nel mercato del lavoro italiano. Secondo elaborazioni di ODM su dati Istat, le donne rappresentano il 51% della popolazione in età lavorativa, ma solo il 42,1% degli occupati. Il tasso di occupazione femminile è pari al 53,3%, circa 18 punti percentuali in meno rispetto agli uomini e 13 punti sotto la media dell’Unione europea. Parallelamente, il tasso di inattività femminile nella fascia tra i 15 e i 64 anni raggiunge il 42,4%, con un divario significativo sia rispetto agli uomini sia rispetto alle altre donne europee.
A incidere su questa situazione contribuisce anche la distribuzione del lavoro di cura all’interno delle famiglie. In Italia circa il 70% del lavoro non retribuito di cura è svolto dalle donne, un fattore che si riflette anche nella maggiore diffusione del part-time femminile: il 76,2% dei lavoratori part-time è donna. Inoltre, nel nostro Paese il part-time involontario tra le donne è particolarmente elevato e raggiunge il 46,5%, contro una media europea del 16,8%.
I nodi di formazione e maternità
Le differenze emergono anche nei percorsi formativi e professionali. Tra i laureati nelle discipline Stem, le donne rappresentano solo il 39,1%, mentre risultano maggioritarie in ambiti come sanità, assistenza sociale, istruzione e servizi. A questo si aggiunge il peso della maternità: meno della metà delle madri tra i 25 e i 34 anni risulta occupata e una giovane donna su due tra i 18 e i 24 anni considera la maternità uno svantaggio per la propria carriera.
Leggi anche:
1. Inps: pensioni donne del 30% inferiori a quelle degli uomini
2. Basta segreti in ufficio: anche gli stipendi diventano trasparenti. E le imprese tremano
3. La rivoluzione copernicana in azienda: addio al segreto salariale dal 2026
© Riproduzione riservata