Meno di due mesi per trovare una via d’uscita sulla questione delle case verdi che non si traduca in una stangata pesante per le famiglie italiane, già messe a dura prova dalla crisi energetica, dall’inflazione e da salari che faticano a tenere il passo. Il tempo è davvero poco per riuscire a dare una forma concreta alla direttiva “case green” (2024/1275), un provvedimento che, secondo le stime, potrebbe costare circa 84 miliardi nella fase iniziale e arrivare fino a 180 miliardi a regime. L’Italia non è sola in questa situazione: con altri 18 Paesi è finita sotto procedura di infrazione da parte della Commissione Ue per non aver presentato nei tempi previsti il Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici (Pnre), atteso entro il 31 dicembre 2025. Si tratta del primo passo formale di un contenzioso che non riguarda tanto i lavori di ristrutturazione in sé, quanto piuttosto il ritardo nella pianificazione strategica. Un ritardo che rischia di compromettere l’intero percorso verso la riduzione dei consumi energetici e, in prospettiva, delle bollette. La direttiva nasce con un obiettivo ambizioso: decarbonizzare il patrimonio edilizio europeo entro il 2050, come immaginato dal suo ideatore, l’irlandese Ciarán Cuffe.
Pompe di calore e cappotti
Tuttavia, a due anni dalla sua approvazione, questa ennesima imposizione green appare destinata a gravare ancora una volta sui bilanci delle famiglie. Gli obiettivi fissati sono chiari ma impegnativi: ridurre i consumi energetici delle abitazioni del 16% entro il 2030 e fino al 20-22% entro il 2035. Tradotto in pratica, questo significa interventi spesso costosi: per riqualificare un appartamento di 100 metri quadrati si può spendere tra i 35.000 e i 60.000 euro, mentre per una villetta si può arrivare anche a 86.000 euro. I lavori principali riguardano l’isolamento termico, la sostituzione degli infissi, l’installazione di pompe di calore e di impianti fotovoltaici.

Nel complesso, si stima che entro il 2030 serviranno quasi 85 miliardi di euro, circa 14 miliardi all’anno, con un costo medio di 28.000 euro per intervento. E questo è solo l’inizio: per completare l’intero processo si potrebbe arrivare a una spesa complessiva di 180 miliardi. Ma cosa significa, concretamente, avere un edificio “a emissioni zero”? Si tratta di immobili ad altissima efficienza energetica, con un fabbisogno minimo o nullo e senza emissioni dirette di carbonio da combustibili fossili. Raggiungere questi standard, però, non sarà semplice, soprattutto considerando che il 35% degli edifici europei ha più di 50 anni e circa il 75% è energeticamente inefficiente. In Italia la sfida è ancora più evidente: secondo l’Istat, esistono circa 12 milioni di edifici residenziali e sarà necessario intervenire in via prioritaria su circa 5 milioni di quelli con le prestazioni peggiori. Le stime indicano che entro il 2030 dovrà essere riqualificato il 16% degli immobili nelle classi energetiche F e G, percentuale che salirà al 26% entro il 2033. In numeri, significa mettere mano a oltre 500 mila edifici pubblici e a milioni di immobili privati in pochi anni. La direttiva stabilisce inoltre che tutti i nuovi edifici pubblici dovranno essere a emissioni zero dal 2028, mentre per le nuove costruzioni residenziali private l’obbligo scatterà dal 2030.
Le eccezioni
Non mancano le eccezioni: sono esclusi, ad esempio, gli edifici vincolati o storici, quelli temporanei, i luoghi di culto, le abitazioni molto piccole (sotto i 50 metri quadrati) e le seconde case utilizzate solo per brevi periodi durante l’anno. È prevista anche la possibilità di esentare l’edilizia sociale pubblica, nel caso in cui gli interventi comportino aumenti degli affitti sproporzionati.
Un aspetto importante è che la direttiva, nella sua versione definitiva, non introduce sanzioni dirette né obblighi stringenti di ristrutturazione. È stato eliminato anche il divieto di vendere o affittare immobili non adeguati agli standard energetici, inserito nelle prime bozze. Tuttavia, spetterà ai singoli Stati decidere eventuali misure. In Francia, ad esempio, gli immobili con le peggiori classi energetiche (G) non possono più essere affittati. E il divieto si estenderà alla classe F entro il 2028.
Gli incentivi edilizi
La direttiva sta avendo e avrà inevitabilmente un impatto anche sul sistema degli incentivi edilizi. In Italia si tende a incentivare ma senza imposizioni. Stando così le cose, la perdita di valore della casa è possibile in caso di future strette. In Italia oggi esistono ancora diversi bonus edilizi, anche se rispetto al passato sono stati ridimensionati e resi più selettivi. I principali si dividono tra incentivi per la ristrutturazione, l’efficienza energetica e interventi specifici.
Alcune agevolazioni specifiche stanno progressivamente uscendo di scena, come quelle legate alle caldaie tradizionali, in linea con l’obiettivo di ridurre le emissioni e favorire soluzioni più sostenibili.
Il punto di partenza resta il bonus ristrutturazioni, che continua a essere il più utilizzato e consente di recuperare una parte delle spese sostenute per lavori come il rifacimento degli impianti, la sistemazione degli interni o interventi più strutturali sull’abitazione: prevede una detrazione del 50% fino a 96.000 euro per la prima casa (36% per le seconde), mentre è confermata anche la detrazione del 50% sull’Iva per l’acquisto di abitazioni nuove in classe energetica A o B.
L’ecobonus
Accanto a questo c’è l’ecobonus, pensato per migliorare l’efficienza energetica delle case, ad esempio attraverso il cappotto termico, la sostituzione degli infissi o l’installazione di impianti più moderni come le pompe di calore. Sul piatto anche il bonus per l’eliminazione delle barriere architettoniche, che incentiva interventi utili a rendere gli edifici più accessibili, come ascensori, rampe o montascale. È una misura che ha avuto una certa continuità, proprio per il suo impatto sociale oltre che edilizio. Poi ci sono agevolazioni più specifiche, come gli incentivi legati al fotovoltaico, sempre più centrali nel contesto della transizione energetica. Non va dimenticato nemmeno il sismabonus, che punta a migliorare la sicurezza degli edifici nelle zone a rischio terremoti.
Contesto globale
In definitiva, la sfida della transizione energetica nel settore edilizio è enorme: tra obiettivi ambiziosi, costi elevati e tempi stretti, il rischio però è che il peso maggiore finisca ancora una volta sulle spalle dei cittadini già afflitti da un contesto globale estremamente sfidante.
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