In Italia, quasi una donna su due (il 48% per la precisione) ha rinunciato almeno una volta a una decisione economica per adattarsi alle aspettative del partner o della famiglia. Non è solo una questione di conti correnti o investimenti, ma una questione di potere e autonomia. I numeri del rapporto “Donne e investimenti finanziari”, realizzato dall’Istituto Piepoli per Directa, raccontano una realtà che va ben oltre la finanza e tocca il cuore delle relazioni personali.
Una donna su quattro, oggi, ammette di non sentirsi libera di interrompere una relazione per motivi economici. È un dato che colpisce: quanto pesa davvero l’indipendenza economica all’interno di una coppia? Quanto incide sulla qualità delle relazioni? La dipendenza finanziaria, secondo la maggioranza delle intervistate, può diventare un vincolo invisibile che trattiene anche quando il rapporto non funziona più.
Eppure, la consapevolezza c’è. È quasi unanime. Il 96% delle donne considera l’indipendenza economica un valore fondamentale. Un principio chiaro, condiviso, quasi ovvio. Ma tra ciò che si riconosce come giusto e ciò che si riesce a realizzare, la distanza resta ampia, della serie “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”: sei donne su dieci non si sentono indipendenti quanto vorrebbero, e oltre il 70% desidera aumentare la propria autonomia finanziaria.
È qui che entra in gioco un altro dato chiave, spesso sottovalutato: il rapporto con gli investimenti. Perché non si tratta solo di risparmiare, ma di far crescere le proprie risorse. E invece il 62% delle donne italiane non ha mai investito. Tra quelle che lo fanno, molte si affidano ancora alle decisioni di altri. Non è solo una questione di competenze: pesa la disponibilità economica, ma anche la possibilità concreta di decidere in autonomia. In altre parole, la finanza non è distante dalle donne per mancanza di interesse, ma perché spesso manca lo spazio per esercitare davvero il controllo sulle proprie risorse.
C’è poi un elemento generazionale che aggiunge complessità al quadro. Se è vero che per due terzi delle intervistate il denaro contribuisce alla felicità è altrettanto vero che molte donne non percepiscono un reale progresso rispetto alle proprie madri. La metà non si sente più indipendente della generazione precedente e guarda al futuro delle figlie senza particolare ottimismo. Un segnale che racconta una trasformazione incompleta, dove le conquiste culturali non sempre si traducono in cambiamenti concreti.
“I risultati mostrano che l’investimento non è soltanto una scelta finanziaria, ma un mezzo concreto per rafforzare l’autonomia personale – afferma Andrea Busi, amministratore delegato di Directa – È evidente quanto l’indipendenza economica sia un elemento essenziale per la libertà di scelta”. Rendere la finanza più accessibile, più comprensibile e meno distante diventa allora una sfida che riguarda tutti, non solo le donne. Perché una società in cui metà della popolazione fatica a esercitare pienamente la propria indipendenza economica è una società che limita il proprio potenziale.
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