Mettetevelo in testa, è proprio il caso di dirlo: estrarre un buon affare dal cilindro è possibile, eccome. E non occorre nemmeno essere prestigiatori. Serve piuttosto muoversi con oculatezza e senso estetico all’interno di un collezionismo di nicchia in grado di riconoscere e valorizzare la cappelleria artigianale d’epoca come un asset alternativo d’investimento. L’ambito in questione stima il valore di mercato basandosi sul valore storico dei pezzi disponibili, ma anche sulla straordinaria fattura di determinati esemplari in feltro, seta e fibre vegetali d’eccezione come la pregiatissima paja toquilla utilizzata per intrecciare i panama. In questo settore, a dominare le quotazioni sono i nomi storici della manifattura classica: da Borsalino a Stetson, da Lock & Co. fino alle creazioni da collezione di maison come Hermès.

Toccare con mano il cappello è il primo passo per addentrarsi in questo mondo. I materiali forniscono infatti una iniziale ma decisiva misura rispetto alle quotazioni. All’estremità inferiore si colloca la lana, economica e soggetta a deformazione. Il collezionismo d’élite si concentra invece sul feltro di pelo di coniglio e lepre, molto ricorrente nell’artigianato europeo d’alta gamma. Svetta per pregio il feltro di castoro, con una predilezione per il sottomanto di pancia, celebre per l’impermeabilità e per la sua capacità di mantenere inalterata la piega anche per decenni. Per la cappelleria estiva la regina incontrastata è invece la fibra vegetale dell’Ecuador, mentre per la selleria di gala e i cilindri d’alto rango domina la seta a pelo lungo.
A consolidare il valore economico di questi copricapi è l’impossibilità di replicare i processi manifatturieri di un tempo e di reperire determinati tessuti. Si pensi al Silk Plush, la speciale seta usata per rivestire i cilindri rigidi d’alta gamma, prodotta in Francia con complessi telai a doppia tessitura: con la chiusura degli ultimi laboratori di Lione negli anni Cinquanta, questa fibra è divenuta una risorsa praticamente estinta. Un discorso analogo vale per i feltri lavorati fino agli anni Sessanta con procedimenti chimici, con la follatura manuale e le finiture al mercurio, oggi vietate in quanto inquinanti. Queste lavorazioni conferivano alla maglia una densità e un’elasticità che nessuna produzione contemporanea è più in grado di eguagliare.

E poi, anche in questo caso, contano le dimensioni: tra l’Ottocento e la metà del Novecento la circonferenza cranica media era inferiore, dunque le taglie 54-56 erano la norma. Scovare un pezzo d’epoca in taglia 59, 60 o 61 fa schizzare la quotazione anche del 300%, perché gli investitori si contendono le misure grandi per la rara opportunità di poterle sia esporre sia indossare.
Tra i marchi storici domina l’italiana Borsalino, fondata nel 1857. I fari del mercato sono puntati sui modelli Qualità Extra Superiore, Cervo e sui leggerissimi 50 Grammi degli anni Trenta-Cinquanta. La fama di questi cappelli risiede nei loro dettagli raffinati e maniacali: per ottenere la finitura vellutata senza spezzare le fibre, le maestranze rifinivano la superficie con pelli di pescecane essiccate. Un Borsalino d’epoca intonso, con il suo wind trolley (il cordoncino con bottone) e la custodia originale litografata, supera agevolmente i 2.500 euro.
Nelle compravendite spiccano anche i modelli dell’americana John B. Stetson Company, in particolare lo Stetson 100 degli anni Cinquanta: realizzato in puro feltro di pancia di castoro, veniva venduto dentro una valigetta rigida in alluminio o pelle. Trovarne uno completo di custodia equivale a un valore compreso tra i 2.000 e i 3.500 dollari. Nel Regno Unito il marchio di riferimento è invece Lock & Co. Hatters, attivo a Londra dal 1676. I suoi cilindri in Silk Plush e le bombette edoardiane modellate con il conformateur (un macchinario di precisione dell’Ottocento) toccano le 4 mila sterline. Tra le fibre vegetali il picco assoluto è rappresentato dai Panama Montecristi Extra Fino prodotti in Ecuador: intrecciati a mano con oltre 2 mila nodi per pollice quadrato, richiedevano fino a un anno di lavoro per essere confezionati. Determinati pezzi di assoluto pregio possono costare fino a 25 mila dollari.
Il collezionismo è infine arricchito dalle creazioni delle maison d’alta moda. Marchi come Hermès, con i cappelli vintage in paglia intrecciata o i modelli in pelle e feltro degli anni Cinquanta e Sessanta, si attestano tra i 1.500 e i 4.000 euro. Un capitolo a parte lo merita la modisteria da gran sera: i celebri pillbox e i cappelli-scultura firmati da maestri come Balenciaga, Dior o Schiaparelli rappresentano veri oggetti da museo, ricercatissimi se conservati con l’etichetta originale intatta.
Lo stato di conservazione si conferma in tal senso determinante, anche in questo settore. L’elemento da esaminare per primo è la fascia di pelle interna, che deve mostrare ancora leggibili le dorature del marchio e conservare un cuoio morbido e flessibile. Se questa componente risulta secca o sostituita, la quotazione rischia di incrinarsi. La scatola originale, poi, dà un’ulteriore consistenza al prezzo in vendita. Perché è proprio l’attenzione ai dettagli che consente di mettere il cappello sopra un buon affare.
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