Il caro energia torna a pesare seriamente sull’economia reale. E il punto, ora, è capire come contenere gli effetti più duraturi su famiglie e lavoratori. Mentre le istituzioni cercano di fronteggiare la situazione (il governo e la premier Meloni, che si è recata nel Golfo, stanno facendo concretamente la loro parte), spuntano altre proposte che sembrano riportare indietro l’orologio del tempo: c’è infatti che parla di razionamenti, di chiusure, di lavoro e istruzione da casa.
Se pur avanzate con le migliori intenzioni di fondo, certe ipotesi nascondo una tendenza ad assecondare l’annosa e fallimentare utopia della decrescita felice. La riduzione forzata dei consumi di energia è infatti un’opzione percorribile, certo, ma non la più desiderabile. Per questo leggere certi appelli lanciati in questa direzione non è troppo rassicurante.
La CGIL, ad esempio, ha proposto in una lettera aperta alle istituzioni di aumentare “il maggior ricorso al lavoro da remoto” nella pubblica amministrazione, incrementando le giornate in smart working per ridurre gli spostamenti e quindi il consumo di carburante. Un’indicazione che si inserisce anche nel quadro europeo, dopo l’invito del Commissario Ue Dan Jørgensen a ridurre i consumi energetici, a partire dai trasporti.
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Detta così, sembra pure ragionevole: meno spostamenti, meno costi. Ma la domanda è sempre la stessa: chi paga davvero il prezzo di queste scelte, non prive di evidenti effetti collaterali? Il rischio è che interventi solo in apparenza “a costo zero” finiscano per scaricare il peso della crisi su lavoratori e famiglie, incidendo sulla qualità del lavoro, sulla vita quotidiana e, nel caso della scuola, sull’istruzione in presenza.
A lanciare l’allarme su quest’ultima ipotesi è l’Anief. Il presidente Marcello Pacifico ha dichiarato: “La crisi energetica, con ripercussioni immediate sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno ad un tasso di inflazione altissimo: per frenare il costo della vita, il Governo e il Parlamento potrebbero valutare l’adozione della didattica a distanza al seguito del collocamento dei lavoratori pubblici in smart working”.
E ancora: “Potrebbe sembrare una soluzione eccessiva ma sarebbe consequenziale all’entrata in vigore di misure atte a risparmiare le risorse energetiche, dalla razionalizzazione di luce, gas, petrolio allo smart working per tutti i dipendenti pubblici. Non si tratterebbe di un’iniziativa isolata dell’Italia, considerando che già la riduzione dei giorni di lavoro viene adottata in diversi altri paesi del mondo”.
Certo, si precisa giustamente che “la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere”. Ed è condivisibile il realismo con cui lo si afferma. Ma il punto dolente è che si torna anche solo a ipotizzare la chiusura degli edifici pubblici a motivo di un’emergenza. Dopo anni di pandemia, dopo i danni educativi e sociali della didattica a distanza, siamo ancora qui a considerare la “dad” una soluzione praticabile.
E così, mentre si parla di neutralità energetica e di ritorno al nucleare, nella direzione della crescita e dello sviluppo, l’orizzonte concreto rischia di essere invece quello di un’Italia che lavora da casa, studia da casa e consuma meno. Non per scelta, ma per necessità.
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