Aguzzate la vista e prestate attenzione al dettaglio. Dalle passerelle dell’alta moda alle copertine patinate dei rotocalchi, passando i palcoscenici più prestigiosi (non ultimo, quello del Festival di Sanremo), le spille sono tornate a brillare sui baveri di giacche e tailleur come non accadeva ormai da qualche decennio. In alcuni casi sono apparse pure in ambiti decisamente più formali, ai summit dei leader politici e ai ricevimenti tra capi di Stato. Le tendenze sono cicliche, si sa, ma in questo caso il particolare non riguarda soltanto lo stile o la riproposizione di un vezzo considerato demodé. Questi oggetti sono infatti un concentrato di alta manifattura e di materiali preziosi che esprimono un lusso raffinato e peculiare, in molti casi superiore per ricercatezza a quello degli altri monili. La struttura interna, adattabile e non vincolata a una precisa geometria, consente infatti di creare fermagli di particolare originalità e di inestimabile pregio. In questo senso, le spille sono davvero il “fiore all’occhiello” dell’alta gioielleria, anche da un punto di vista strettamente commerciale: a differenza di altri accessori più esposti agli urti e all’usura, esse hanno il vantaggio di conservarsi pressoché intatte per lunghissimo tempo, mantenendo inalterato il loro valore.
Il rilancio
«Questo grande ritorno sulla scena non è affatto casuale. I grandi marchi e gli influencer del settore gioielli stanno lavorando molto sul rilancio delle spille, che ora non sono più un orpello da vecchia signora. Come si può osservare, al contrario, sono soprattutto gli uomini a riscoprire questo ornamento d’altri tempi, anche col soluzioni audaci o abbastanza vistose. Il fenomeno ha determinato un rinnovato interesse per le spille da collezione, che rappresentano un segmento di mercato in forte crescita. La domanda per il vintage sta crescendo e con essa i prezzi», illustra a Moneta Cesare Bianchi, capo dipartimento Gioielli e orologi di Pandolfini Casa d’Aste. In questo momento gli esemplari più richiesti sono quelli di inizio Novecento, quando l’Art Déco e il gusto Liberty influenzavano fortemente il design delle spille. Si tratta di pezzi che combinano linee stilizzate e decorazioni floreali o animali, smalti colorati e pietre preziose, capaci di raccontare un’epoca di eleganza e innovazione.

«In una prima fase, la produzione era affidata per lo più ai laboratori artigianali, poi dagli anni Sessanta sono entrati in gioco i grandi brand della gioielleria quali Van Cleef, Cartier e Bulgari, che hanno imposto standard elevatissimi di tecnica ed esecuzione. A distinguersi in particolare per raffinatezza, gusto e cura del dettaglio sono state le creazioni francesi, ancora oggi tra le più desiderate», sottolinea l’esperto. Prima di appuntarsi al petto una spilla da investimento (destinata cioè ad acquisire valore e mercato nel tempo), il vero intenditore valuta alcuni fattori imprescindibili nella quantificazione del reale valore: «la forma, la bellezza dell’oggetto nel suo insieme, la finezza di esecuzione e il design, il pregio dei materiali impiegati».
Nello specifico, argomenta Bianchi, «il platino, molto utilizzato in passato, dà la quota della raffinatezza, anche perché vale più dell’argento e dell’oro giallo». Tra le gemme, i veri tesori incastonati sopra il fermaglio sono i diamanti nelle loro varietà più rare, come i celebri fancy vivid blu, rosa o gialli intensi. Seguono per valore gli smeraldi colombiani, i rubini birmani pigeon blood, gli zaffiri del Kashmir, le perle naturali e gli opali neri australiani.
Napoleone e Aga Khan
«L’instabilità internazionale dovuta alle recenti cronache ha provocato un aumento del costo delle materie prime, dunque anche le spille vintage più ricche hanno risentito di questo andamento al rialzo», annota Bianchi, ricordando come rarità, storia e qualità dei materiali siano oggi determinanti nella valutazione finale. Anche le aste confermano il fascino senza tempo di queste creazioni: negli ultimi anni, infatti, sono state aggiudicate spille a cifre eccezionali, spesso grazie al mix tra provenienza storica e materiali. Tra i casi più significativi, quello di una spilla Cartier con uno smeraldo colombiano da 37 carati legata alla famiglia Aga Khan e venduta da Christie’s per circa 8,9 milioni di dollari. Un esemplare firmato Van Cleef & Arpels è stato invece assegnato da Sotheby’s per 10,5 milioni di dollari, mentre nel novembre scorso una spilla di diamanti appartenuta a Napoleone Bonaparte ha superato le stime iniziali, raggiungendo circa 3,8 milioni all’aggiudicazione. Al di là di questi primati da record, nelle compravendite hanno fatto capolino alcuni oggetti di straordinaria ricercatezza: è il caso, per nulla isolato, di una spilla in oro bianco, smeraldo zambiano e zaffiro in catalogo da Sotheby’s per oltre 80mila dollari.
Estetica e tecnica
«Già nel passato, in una società molto più stratificata della nostra, questi accessori erano destinati a una ristretta élite ed erano espressione di un lusso esclusivo. Questo status si riverbera sulle attuali compravendite», osserva ancora il capo dipartimento di Pandolfini. Gli occhi attenti dei collezionisti più scafati non si soffermano però alla sola estetica, ma considerano anche alcuni dettagli strutturali di non secondaria importanza. «Sul mercato trovano riscontro e piacevolezza le spille convertibili a doppia clip, montate su una struttura removibile che consente di separare i due elementi decorativi e di indossarli anche singolarmente, ampliandone così le possibilità d’uso». Da veri intenditori è poi la capacità di riconoscere alcune tecniche di lavorazione distintive, come la ‘setatura’ di Buccellati, una finissima incisione a bulino che opacizza l’oro conferendogli un effetto setoso e vellutato, oppure i trafori e i merletti metallici, che alleggeriscono la struttura ed esaltano la luce delle gemme.

Padroneggiare queste nozioni è anche un modo piuttosto avveduto per “infilzare” il miglior affare con una spilla di valore. «Non abbiamo a che fare con l’antiquariato: quando il mercato del collezionismo e il marketing dei grandi brand danno un segnale così univoco, in parte volutamente orientato, significa che la direzione è tracciata». E no, non sembra affatto un abbaglio.
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