È nato prima l’uovo o la gallina? L’antico dilemma trova finalmente una risposta grazie al passato e ai suoi inestimabili gioielli. Gira e rigira l’economia c’entra pure qui: nella tradizione russa, infatti, l’uovo ha sempre simboleggiato l’abbondanza e la fertilità, al punto da essere considerato un piccolo talismano. Nel 1885 fu proprio questo valore allegorico a spingere lo zar Alessandro III Romanov a commissionare a Fabergé, maison d’alta gioielleria di San Pietroburgo e Mosca, un uovo ornamentale come omaggio alla moglie Maria Fëdorovna. Al suo interno venne collocata una gallina d’oro smaltata, assieme a una miniatura della corona imperiale. Un lusso assoluto in versione zarista. Il successo del manufatto diede avvio a una produzione di eccezionale pregio che, ancora oggi, fa brillare gli occhi a molti ma è accessibile a pochi.
«Le uova più famose, donate annualmente alla madre e alla moglie dello Zar, sono custodite per lo più nei musei o fanno parte di esclusive collezioni. I pezzi originali in mani private sono circa una cinquantina. Poi ci sono le uova non imperiali, fatte realizzare da aristocratici, banchieri e grandi famiglie europee. Talvolta alcuni esemplari rispuntano sul mercato, ma a cifre esorbitanti», illustra a Moneta Tommaso Teardo, direttore del dipartimento argenti, icone e oggetti d’arte russa di Wannenes Aste.
Oro e rubli
Proprio lo scorso mese di dicembre, Christie’s aveva assegnato per 30,2 milioni un uovo in cristallo di rocca commissionato dallo zar Nicola II nel 1913 per 24.600 rubli. Con le debite proporzioni e le necessarie conversioni valutarie, una cifra oltre duemila volte inferiore a quella attuale. Nel 2007, invece, venne battuto all’asta un uovo d’argento smaltato in rosa, datato 1902, per 9 milioni. In una vendita privata, poi, nel 1989 un uovo d’epoca imperiale con all’interno un elefantino in argento, oro, avorio, diamanti e smalto fu acquistato per oltre 3 milioni alla vedova di Ray Kroc, il creatore di McDonald’s. A quotazioni inferiori, ma comunque molto elevate, si sono attestate le opere di alcuni maestri della grande scuola russa dell’argenteria e gioielleria: Ovchinnikov, Khlebnikov, Sazikov, Gratchev, Artel e Ruckert, solo per citarne alcuni. Nomi forse sconosciuti ai più, ma arcinoti ai più munifici collezionisti, che continuano a tenere vivo il mercato.

«Tra fine Ottocento e inizio Novecento la produzione, non solo di uova, fu fiorentissima ed eclettica. In riferimento a quest’epoca, le compravendite sono ancora oggi molto vivaci, grazie soprattutto a una clientela di provenienza russa, che acquista da ogni parte del mondo e viaggia anche da un continente all’altro per finalizzare l’affare. Anche gli americani sono grandi acquirenti. E gli italiani? Ci sono, ma in misura certamente inferiore a motivo del rilevante costo di questi oggetti, che solo in pochi possono davvero permettersi», chiosa ancora Teardo. Peraltro, annota l’esperto, nemmeno il conflitto russo ucraino e le conseguenti restrizioni applicate su Mosca hanno scalfito il commercio. «Anzi, si è rinvigorito il mercato all’esterno della Russia e pure l’Italia ci ha guadagnato, con ordini provenienti da tutto il mondo e aste di settore da quasi tutto esaurito. Va inoltre considerato che, storicamente, gli stessi russi hanno sempre fatto buoni affari nel nostro Paese».

Lusso da zar
Sul fronte commerciale, le lussuose uova da collezione continuano a schiudersi solo davanti ai portafogli più ricchi: ci sono difatti fattori che rendono il loro valore inalterato o addirittura maggiorato nel tempo. «La rarità storica, di materiale e di soggetto è ciò che conta di più», sintetizza Teardo, spiegando come la preziosità di questi gioielli non conosca davvero limiti: «Gli smalti sono una costante tanto diffusa quanto raffinata, poi si aggiungono l’oro, i diamanti, i cristalli e le pietre dure come la nefrite, una giada verde proveniente dai monti Urali». Sulle quotazioni, poi, pesa spesso la variabile del restauro: più è invasivo, meno vale l’oggetto. Peraltro, sottolinea l’esperto, gli interventi conservativi sulle uova sono molto delicati e spesso pure rischiosi: «Gli smalti erano infatti fissati a fuoco e poi invetriati. Ogni colore aveva la propria temperatura di fusione e le cotture avvenivano in sequenza decrescente. Dunque oggi bisogna intervenire a freddo, altrimenti si rischia di compromettere l’opera, ma così le tonalità originali non possono essere replicate con precisione».

A rompere le uova nel paniere dei collezionisti c’è poi il rischio dei falsi: tra gli anni Ottanta e i primi Duemila – testimonia il direttore di dipartimento di Wannenes Aste – in Europa e in Italia ne sono circolati molti. «Per evitare fregature è bene affidarsi ai veri esperti, che sanno come scovare le repliche senza troppa fatica. Bisogna ad esempio guardare il punzone, ovvero il marchio dell’orafo, spesso nascosto sul bordo inferiore o all’interno della sorpresa. Certo, anche quest’ultimo si può imitare, ma a quel punto la mancata originalità sarà tradita dalla dubbia qualità di altri dettagli». Dagli zar a oggi, del resto, i grandi collezionisti puntano all’autenticità del lusso più esclusivo. Per questo, ancora adesso, ritrovano in Fabergé e nei grandi maestri russi una gallina dalle uova d’oro. Nel vero senso della parola.

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