Direttore, Fondazione Aletheia sta portando avanti molteplici iniziative su salute, alimentazione e stili di vita sani. Oggi sul cibo viviamo ampie contraddizioni. Ci racconta cosa sta accadendo secondo il vostro osservatorio?
«Oggi sul cibo viviamo un evidente paradosso. Da un lato il nostro Paese è la culla della dieta mediterranea con prodotti enogastronomici di eccellenza, riconosciuti in tutto il mondo come ci raccontano i dati sull’export. Dall’altro registriamo dati preoccupanti sul fronte epidemiologico. Negli ultimi 25 anni la prevalenza dell’obesità è cresciuta di quasi il 40% mentre il diabete di tipo 2 è aumentato di oltre il 60%. Nonostante l’Italia presenti un tasso di obesità tra i più bassi dell’area Ocse, pari al 12%, i dati evidenziano una situazione tutt’altro che rassicurante. Secondo le ultime stime, l’eccesso di peso (obesità e sovrappeso) interessa una persona su due. Le evidenze scientifiche confermano una serie di riflessi negativi sulla salute umana con l’insorgenza di patologie croniche non trasmissibili tra cui malattie cardiovascolari, neurodegenerative, metaboliche fino a forme di neoplasie. Ma il vero dato allarmante è che molte di queste patologie si stanno manifestando sempre più precocemente, investendo fasce d’età più giovani».
Quali sono le principali cause di questa deriva per la salute?
«Cibi falsi e stili di vita sbagliati sono due fattori di rischio modificabili molto importanti. L’ascesa incontrollata nei consumi di alimenti ultra formulati ci preoccupa non poco. Pensiamo ad esempio a merendine, snack salati e dolci, cereali iperzuccherati, energy drink, cibi industriali manipolati con l’aggiunta di una molteplicità di additivi spesso di natura sintetica. Questi prodotti sono entrati a pieno regime nella quotidianità di tutti noi e soprattutto dei più piccoli. In Europa rappresentano un quarto delle calorie giornaliere, negli Stati Uniti si sfiora addirittura il 60%.
In Italia i livelli di assunzione mostrano un dato più basso che supera di poco il 13%. Ma questo non può farci stare tranquilli perché i trend di lungo periodo ci mostrano proprio come questi prodotti si stiano affermando anche da noi. A questo dobbiamo aggiungere il tema della sedentarietà che in Italia coinvolge circa il 30% della popolazione adulta. Se guardiamo ai più piccoli a preoccuparci è anche la crescente dipendenza dagli schermi di smartphone, pc, videogames che impatta sulla loro capacità di socializzare e sul tempo dedicato all’attività fisica. Se non si interviene con decisione con la prevenzione, l’educazione alimentare e la promozione di stili di vita sani, il rischio è quello di avere un numero crescente di cittadini esposti precocemente a malattie croniche».
Ci spiega meglio cosa sono i cibi ultraformulati?
«I prodotti ultraformulati, conosciuti anche come cibi ultra-processati sono frutto di manipolazioni che combinano spesso decine di ingredienti, anche di origine sintetica. Solo per fare alcuni esempi: coloranti, emulsionanti, edulcoranti artificiali, acidificanti, addensanti e agenti anti-schiuma, conservanti e altro ancora. Ingredienti che non troviamo in nessuna delle nostre cucine. La ricetta dei cibi ultraformulati è molto semplice: poca natura, tanta chimica».
Queste manipolazioni creano prodotti estremamente palatabili in grado di generare dipendenza tra i consumatori e quindi di spingere in alto le vendite e i fatturati di chi li produce.
«Nessuno pensa di vietarli completamente ma è importante garantire una piena consapevolezza nei consumatori cercando di tutelare le fasce di popolazioni più vulnerabili, tra cui bambini e adolescenti. Saper riconoscere i cibi falsi ci consente anche di tutelare e valorizzare il cibo vero, ovvero quei prodotti salubri, di qualità e frutto di un legame forte e diretto con la terra».
Perché questi prodotti sono così affermati? E come evitarli?
«Il marketing ha un peso determinante sulle scelte alimentari. Andando a fare la spesa spesso ci si imbatte in prodotti con basse qualità nutrizionali ma promossi attraverso tecniche pubblicitarie molto efficaci e accattivanti. Le confezioni spesso hanno l’obiettivo di comunicare qualcosa che va oltre il prodotto. Ed è quello che accade ad esempio con cartoni animati, supereroi e regali che condizionano l’acquisto di questi prodotti da parte dei più piccoli. A spingere in alto le vendite sono spesso anche prezzi estremamente bassi. Non dimentichiamo poi il ruolo dei “claim salutistici” che in molti casi tendono a fuorviare le scelte di acquisto dei consumatori promettendo improbabili effetti benefici. Un tipico esempio è quello dei cibi “senza zucchero” che tuttavia utilizzano edulcoranti sintetici che non fanno bene alla nostra salute. Ma la lista è molto lunga. Per evitare i cibi falsi il consiglio è molto semplice: leggiamo bene le etichette ponendo attenzione alla lista degli ingredienti e all’origine. Se ci troviamo davanti liste lunghe che contengono ingredienti che non abbiamo nelle nostre cucine allora è meglio stare attenti».
Quali sono i rischi per la salute?
«Negli ultimi mesi le evidenze scientifiche sulla correlazione tra cibi ultraformulati e l’insorgenza di patologie croniche sono aumentate notevolmente. Non sono io a dirlo ma secondo i medici tutto trova spiegazione nello sviluppo di meta infiammazioni che sono alla base di patologie anche gravi: malattie cardiovascolari, neurodegenerative e metaboliche, fino a forme di neoplasie. Ma un ulteriore elemento di preoccupazione è dato dal fatto questi cibi innescano dei meccanismi di vera e propria dipendenza quasi al pari di alcol e fumo come confermato da uno studio pubblicato sul British Medical Journal».
Prima parlava di impatti economici, come incide tutto questo sui bilanci dello Stato?
«Secondo un recente studio realizzato con la nostra Fondazione Aletheia, la cattiva alimentazione costa al nostro Paese 12 miliardi di euro per affrontare patologie croniche non trasmissibili legate a scelte alimentari sbagliate. Stiamo parlando di un valore non residuale, che impatta su ogni cittadino per circa 300 euro l’anno. Questi costi potrebbero essere evitati e reinvestiti in attività di prevenzione primaria. Quest’ultima non si fa in ospedali (spesso al collasso) ma valorizzando il lavoro di coloro che la salute contribuiscono a crearla: gli agricoltori».
Abbiamo citato gli energy drink, perché crede che siano così pericolosi per la salute?
«A differenza delle comuni bevande zuccherate questi prodotti associano infatti zuccheri aggiunti a elevate quantità di caffeina e ad altri ingredienti ad azione stimolante, come la taurina. Su quest’ultima si è espresso anche un recente studio scientifico che ha evidenziato rischi per lo sviluppo di potenziali leucemie. La letteratura scientifica più recente evidenzia che il consumo di queste bevande sia associata a un ampio spettro di effetti avversi per la salute dei più piccoli ed in particolare sul sistema cardiovascolare, neuropsichico, disturbi del sonno, peggioramenti nelle performance scolastiche, stress psicologico e insulino-resistenza. Rendere gli adolescenti consapevoli di tutto questo è un dovere di tutti».
Cosa state facendo con la Fondazione Aletheia e quali sono secondo lei alcuni possibili strumenti da mettere in campo?
«Con la Fondazione Aletheia lavoriamo con tantissime realtà tra cui Coldiretti. Insieme siamo a stretto contatto con cittadini, imprese, istituzioni e mondo sanitario con un obiettivo chiaro: difendere la salute di tutti i cittadini. Serve una strategia forte con azioni integrate in un’ottica sinergica. A partire proprio dal ruolo centrale delle mense scolastiche dove non possiamo più accettare meccanismi di aste a ribasso che premiano il cibo che costa meno. Se trasmettiamo i valori del mangiare sano sin dai primi anni di vita, formeremo adulti in grado di prendersi cura della loro vita. Questo significa conseguentemente meno malattie e dunque meno costi sanitari. È un circolo virtuoso. Non è più concepibile poi avere nelle scuole e nei luoghi sensibili, come gli ospedali, distributori di junk food e non potere invece trovare della frutta fresca, degli estratti o altri prodotti naturali. Molti Paesi al mondo, tra cui alcuni Stati degli Usa come California o Indiana, Paesi latinoamericani o ancora il Regno Unito, stanno lavorando per contrastare questi cibi con azioni concrete».
C’è poi il tema della trasparenza e della giusta consapevolezza dei consumatori.
«Ci troviamo ancora troppo spesso a fronteggiare modelli di etichettatura pericolosi, ricorderemo tutti il Nutriscore. Serve invece un modello chiaro e semplice che consenta di individuare questi prodotti pericolosi per la nostra salute evitando strumentalizzazioni o distorsioni. Un’etichettatura chiara e corretta che ci consenta di capire da dove viene il prodotto e se è dannoso per la nostra salute. L’Italia, culla della Dieta Mediterranea, credo abbia il diritto ma anche il dovere di dare un segnale forte».
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