Bologna, è qui la festa: almeno così si augurano i galleristi che si apprestano a partecipare alla 49° edizione di Artefiera, primo test del mercato italiano dopo le agevolazioni fiscali per la compravendite di opere d’arte. E sarà un test attendibile per il fatto che, nel mare magno (incomprensibile) di fiere e fierucole d’arte che costellano il Belpaese, quella di Bologna rimane oggi più che mai l’unica kermesse che rappresenta pienamente l’identità del collezionismo nostrano: medio, prudente, curioso ma allo stesso tempo legato alle tradizioni. La congiuntura non è delle migliori, ma forse proprio per questo una fiera “nazionalpopolare” potrebbe dare la giusta spinta. Alla guida della kermesse si registra un cambio, con Davide Ferri che sostituisce nella direzione Simone Menegoi; si dice che cambiare fa sempre bene anche se, precisa lui stesso, ciò avviene nel segno della continuità visto che Ferri proviene dallo stesso staff curatoriale.
Tutto il resto è nelle mani dei galleristi a cui è data la responsabilità della riuscita di una festa che non sia soltanto di compravendite ma anche di valorizzazione dell’arte italiana; non quella dei soliti “storicizzati” di sicuro botteghino (e di cui scarseggiano i capolavori), ma anche gli artisti emergenti e i mid-career che rappresentano i veri orfani del sistema, troppo spesso relegati a un mercato locale senza adeguato sostegno né delle istituzioni museali né di galleristi timorosi di investire a lungo termine su nomi poco sicuri (a differenza di quanto avviene all’estero).
Ovviamente le eccezioni non mancano, come nel caso di alcuni degli “emergenti” che saranno esposti in mostra. «Gli artisti italiani, sia gli emergenti ma soprattutto quelli dell’età di mezzo, sono un mondo che mi sta molto a cuore – dice Ferri – e posso dire che negli ultimi anni questa fiera ha lavorato per consolidare la nostra identità e con risultati soddisfacenti». E anche la risposta del pubblico è tornata a essere importante. «Il nostro è un pubblico che va dai collezionisti interessati ai big del Novecento a quello di una fascia di mercato tra i 5 e i 20 mila euro».
Tra i 200 espositori dei due padiglioni dedicati al Novecento storico e al contemporaneo c’è chi anche crede nella nuova arte italiana. «Mi fa molto felice – riprende Ferri – vedere valorizzati alcuni bravi artisti con piccole personali all’interno degli stand». Come la galleria Me Vannucci di Pistoia che accende i riflettori sullo scultore Giovanni Termini, la Car Gallery di Bologna che espone le sculture di Emanuele Becheri, la Colli di Roma che dedica una mostra all’astrattista Pesce Khete, o Artnoble di Ponte di Legno che dà spazio a Giulia Mangoni, interprete della nuova pittura figurativa. Un’altra ottima interprete, in questo caso promossa dalla galleria Poggiali di Firenze, è la giovane Barbara De Vivi, sui cui poetici ritratti si erano già accesi i riflettori durante la scorsa edizione di Artefiera.
Non solo i Fontana e i Boetti, dunque. Accanto alla Main Section, cinque sezioni rinnovate come “Ventesimo+”, progetto dedicato al Novecento storico, “Fotografia e dintorni”, “Pittura XXI” che presenta alcune delle ricerche più significative dal 2000 a oggi, “Prospettiva” che si concentra sulla sperimentazione con progetti monografici e la sezione “Multipli” che sempre più valorizza il segmento delle grafiche e delle edizioni limitate, in costante ascesa. «L’ho affidato per la prima volta a Lorenzo Gigotti, editor fondatore delle edizioni Nero, per esplorare le grandi potenzialità del mercato dei multipli nei confronti di un nuovo collezionismo giovane».
Ad accogliere il pubblico sarà Kolossal, l’intervento “site specific” di Marcello Maloberti, un’installazione monumentale e temporanea che trasforma l’ingresso della fiera in una soglia simbolica. «La presenza di Maloberti vuole essere significativa proprio di quella spinta che vogliamo dare agli artisti della generazione di mezzo, anche se parliamo di un autore già affermato», dice Ferri.
Durante Artefiera, i visitatori avranno anche la possibilità di tuffarsi nel programma di mostre di Art City promosso dal Comune. Il cuore è lo Special Program curato da Caterina Molteni che attraversa luoghi storici e solitamente non accessibili con interventi “site specific” di artisti italiani e internazionali. All’interno del palinsesto spicca la mostra del museo Mambo che dal 5 febbraio dedica la prima retrospettiva italiana a John Giorno, poeta e performer centrale nella cultura d’avanguardia Usa.
Leggi anche:
1. Il collezionismo perde molti zeri pesano i gusti dei Millennials
2. I giovani mecenati puntano sul design: sedie & Co rubano la scena alle sculture
© Riproduzione riservata