Si moltiplicano le profezie su come l’intelligenza artificiale impatterà sul mondo del lavoro: l’ultimo a dirsi molto preoccupato è stato Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan, che ha parlato del rischio di una crisi economica e finanziaria: “Sono molto in ansia al riguardo”, ha detto.
Ma la sfida dell’IA non riguarda solo il rischio di una drastica e fino a poco tempo inimmaginabile perdita di posti di lavoro. Sul tavolo, anche le difficoltà per le aziende di restare al passo e riuscire a usare l’intelligenza artificiale nel modo corretto per non farsi lasciare indietro dalla concorrenza.
La ricerca
Un tema messo in luce da una ricerca di Ikn Italy e Casaleggio associati che ha analizzato i costi nascosti e il reale ritorno sull’investimento in intelligenza artificiale per le imprese del nostro Paese. Circa il 60% dichiara benefici marginali o sotto le attese. Solo il 39% delle aziende vede un impatto Ebit misurabile dall’IA. Solo il 10–15 % dei progetti viene scalato fino alla produzione a lungo termine e Il 95 % dei progetti di IA generativa non genera ritorni economici misurabili o non supera la fase pilota verso un impatto reale.
Costi nascosti
Dati poco incoraggianti, tanto più che si pensa che le aziende faticano a capire i costi reali dell’IA: si concentrano infatti troppo su quelli visibili e poco su quelli nascosti, come la preparazione dei dati, i rischi etici e geopolitici, la ridefinizione dei principi organizzativi.
Svantaggi non recuperabili
“Molti progetti di AI non falliscono per l’ammontare dell’investimento, ma per costi rilevanti che restano impliciti, senza che vengano esplicitati a budget”, spiega la ricerca. Il ritardo però “non è neutro. È una tassa quotidiana sul valore futuro”. Chi parte prima accumula un vantaggio che non è poi recuperabile in modo lineare da chi rimane indietro.
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