La birra italiana non è più soltanto una bevanda da consumare in compagnia, è un racconto agricolo fatto di campi, imprese e territori. Il settore vive una trasformazione profonda, guidata da un movimento di birrifici agricoli e artigianali che punta sull’origine delle materie prime, sulla biodiversità e sul legame diretto con chi coltiva orzo, luppolo e cereali. Una filiera giovane e diffusa, capace di proporre lager, ale e stout accanto a ricette con farro, riso, grano saraceno, castagne, miele, frutta e mosti di vitigni autoctoni. In ogni bottiglia entra così un pezzo d’Italia, un racconto che intreccia gusto, tradizione e innovazione.
Anche questo comparto deve, però, fare i conti con il cambiamento climatico, che quest’anno ha messo in ginocchio diverse filiere agricole tra siccità e nubifragi improvvisi che hanno messo a rischio intere produzioni. Nel 2026, ricorda Coldiretti, si è registrato un calo del 39% nella produzione di orzo destinato alla birra, con le rese scese da 55 a 37 quintali per ettaro. Un colpo duro per una coltura che richiede standard qualitativi precisi e sostiene costi superiori alla media, aggravati dal rincaro di energia e fertilizzanti. Per questo Coldiretti e Consorzio Birra Italiana hanno richiesto di rafforzare gli aiuti all’orzo distico, offrendo alle aziende una concreta opportunità di diversificazione e riducendo la dipendenza dall’estero.
Attività in crescita
Nonostante le difficoltà, la voglia di crescere non si ferma. Le attività impegnate nella produzione di birra 100% italiana sono aumentate del 20%. Nel Paese operano quasi 1.200 birrifici, circa uno su quattro agricolo. La produzione artigianale nazionale vale 48 milioni di litri, quasi 3 milioni destinati all’esportazione, mentre il fuori casa supera i 430 milioni di euro. Tra occupazione diretta e indotto, il comparto coinvolge circa 92mila lavoratori, e anche il luppolo italiano avanza e in cinque anni le superfici sono aumentate del 70%. A tenere insieme i diversi anelli è il Consorzio Birra Italiana, nato nel 2019 con il sostegno di Coldiretti come prima alleanza nazionale tra agricoltori, malterie e birrifici indipendenti, con l’obiettivo di costruire rapporti economici più equi, riconoscendo il giusto valore agli agricoltori e trasparenza ai cittadini. La birra diventa così anche uno strumento per recuperare aree interne e marginali, riattivando terreni e reddito.
Volano per il turismo
Dai campi nasce anche una nuova forma di viaggio. Nell’estate 2026, secondo un sondaggio Coldiretti/Ixè, sono stati 13 milioni gli italiani che hanno programmato un’esperienza di birraturismo, più del doppio dei 6 milioni registrati l’anno precedente. Si visitano birrifici e malterie, si cammina tra i filari di luppolo, si assiste alla cotta e si incontrano agricoltori e mastri birrai, in un contatto diretto che valorizza il lavoro della terra. Con Luppoleti Aperti, promosso dal Consorzio Birra Italiana, le aziende raccontano dal vivo ciò che sta dietro un bicchiere. La prospettiva è costruire vere “strade della birra”, sul modello dei percorsi già affermati per il vino e per l’olio, capaci di generare nuova economia nei territori rurali.
I casi scuola
Un esempio arriva dalla Sardegna, dove è nata la Bionda Sarda, prima birra artigianale realizzata interamente con materie prime coltivate e trasformate nell’Isola. Il progetto di Coldiretti Sardegna coinvolge cerealicoltori, produttori di luppolo e venti birrifici locali: nel 2024 quasi 100 ettari di orzo distico hanno prodotto 400 quintali di malto, avviando 600 mila bottiglie, con un Qr code che rende visibile l’intera filiera. Gli agricoltori ottengono una remunerazione migliore, i birrifici materia prima stabile e di prossimità, il territorio una nuova leva turistica. Il modello è stato replicato in Sicilia, terra storicamente vocata alla cerealicoltura, dove negli ultimi anni sono cresciuti progetti di ricerca dedicati a orzi e grani antichi da destinare alla maltazione, nel tentativo di costruire una filiera brassicola realmente “made in Sicily”. In questo scenario è nata Kidda, la birra appena prodotta con malto ottenuto da orzo coltivato interamente da quattordici aziende siciliane di Coldiretti che si sono unite per coltivare 60 ettari di orzo distico destinato a essere trasformato nel malto dai prenderà vita la bitta 100% siciliana.
La conferma di come si possano trasformare i cereali locali in un prodotto identitario, capace di raccontare il legame tra campagna siciliana e bicchiere, sulla scia dell’esperienza già avviata in Sardegna.
L’esperienza Libeera
Ma la birra oggi può raccontare anche qualcosa oltre il prodotto. È il caso di Libeera, la prima birra a filiera agricola tutta femminile contro la violenza sulle donne, nata dall’unione tra Fondazione Una Nessuna Centomila, Coldiretti, Consorzio Birra Italiana, Filiera Agricola Italiana e Fondazione Campagna Amica. Una birra che è simbolo di rispetto e solidarietà e che porta con sé un messaggio immediato: la libertà si coltiva e si condivide. Libeera è il primo risultato concreto di un protocollo d’intesa siglato tra Fondazione Una Nessuna Centomila e Coldiretti, che punta a unire sensibilizzazione, educazione al rispetto, sostegno ai centri antiviolenza e percorsi di autonomia economica e reinserimento lavorativo per le donne vittime di abusi.
Anche la sua filiera è un manifesto. Ogni fase, dalla terra alla bottiglia, è affidata a imprenditrici agricole di diverse regioni. Nella ricetta entrano la segale veneta di Alessia Parisatto, il luppolo e i malti curati tra Emilia-Romagna e Piemonte da Michela Nati, Federica ed Elisa Toso, il frumento Senatore Cappelli umbro di Cecilia Farchioni, il farro laziale di Emanuela Laurenzi, la scorza d’arancia pugliese di Chiara Zecca e il coriandolo campano di Carmela De Lorenzo. Tutti ingredienti trasformati in una bionda fresca e leggera che nell’etichetta riporta il numero antiviolenza e stalking 1522. Per ogni bottiglia venduta 20 centesimi sono destinati alla Fondazione Una Nessuna Centomila per sostenere i centri antiviolenza e i percorsi di ripartenza, una scelta che trasforma un gesto quotidiano in responsabilità chiamando direttamente in causa gli uomini, principali consumatori di birra.
Libeera dimostra così che una filiera non è fatta unicamente di contratti, raccolti e trasformazione, ma può diventare una comunità che include, protegge e offre opportunità. Dal campo al bicchiere, la birra italiana sceglie dunque di essere riconoscibile per qualità, origine e innovazione, ma anche per i valori che sa mettere in circolo, valori che in questo caso hanno il sapore di rinascita.
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