“Non abbiate paura di andare lentamente, temete solo di stare fermi” recita un’antica massima cinese, proverbio che pare calzare a pennello con l’andamento del mercato dell’arte in Estremo Oriente, almeno a giudicare dal bilancio dell’edizione appena conclusasi di Art Basel Hong Kong. L’isola ex colonia britannica rappresenta da decenni un hub economico globale in grado di attirare investitori stranieri e non fa eccezione l’arte, asset finanziario che da queste parti gode anche di una fiscalità favorevole, testa di ponte tra Oriente e Occidente con le grandi case d’asta Christie’s, Sotheby’s e Phillips a trainare il mercato.
Ebbene, nonostante le ripercussioni petrolifere dalla crisi del Golfo e le grandi incertezze geopolitiche, proprio da Hong Kong arrivano i segnali di una lenta ma progressiva ripresa delle compravendite d’arte, almeno a giudicare dai risultati delle gallerie in fiera e che già durante la giornata di apertura hanno registrato affari per 20 milioni di dollari, premiando soprattutto l’arte europea moderna e contemporanea (italiani inclusi).
Le vendite più interessanti hanno lusingato artisti e gallerie blue chip, molto meno le già costose “opere giovani”, un sintomo che anche i ricchi collezionisti di area orientale preferiscono investire su “azioni” sicure: come nel caso di un dipinto di Modigliani venduto dalla Pace Gallery a 13,3 milioni, o di una tempera di Louise Bourgeois ceduta da Hauser & Wirth per 2,95 milioni.
La netta ripresa del mercato dell’arte in Estremo Oriente (inversamente proporzionale al raffreddamento degli Emirati arabi) segue comunque una crescita graduale già riscontrata dalle case d’asta nella seconda metà del 2025, parallelamente alla nascita di nuovi musei e di una nuova generazione di collezionismo anche femminile che, nel mondo Hnvi (la popolazione “ad alto patrimonio netto”), in Cina spende in arte più del doppio degli uomini.
Ma a cambiare è anche il gusto e allora il collezionismo orientale appare oggi meno “pop” ma più consapevole, accorto e sofisticato. I nuovi compratori, spesso provenienti dai settori tecnologici e finanziari, si muovono con maggiore cautela e con un orizzonte più internazionale, con una predilezione per l’arte occidentale acquistata non solo nelle piazze asiatiche ma anche a New York e Londra. In questo contesto, il segmento dell’arte moderna resta uno dei più solidi: i grandi nomi come Picasso, Monet o Van Gogh continuano a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile per i collezionisti asiatici, che li considerano asset stabili e universalmente riconosciuti, veri e propri “beni rifugio”, capaci di mantenere valore anche nelle fasi di rallentamento.
Ancora più dinamico è il comparto contemporaneo, che si conferma il vero motore della domanda in Asia. Arti-star come Basquiat, Warhol e Richter dominano le aste di Hong Kong e attraggono un pubblico trasversale, grazie alla forza iconica delle loro opere e alla loro riconoscibilità. In questo segmento, il collezionismo cinese mostra una maggiore propensione al rischio, ma sempre all’interno di una selezione orientata verso artisti già consolidati a livello internazionale.
Malgrado il rallentamento rispetto agli anni pre Covid, le vendite all’asta hanno registrato nella piazza di Hong Kong vendite da capogiro: come il Busto di donna di Picasso aggiudicato da Christie’s per 196 milioni (record per il pittore in Asia), o come il dipinto di Monet Printemps a Giverny venduto a 37 milioni. Tengono il passo, ovviamente, anche i grandi nomi dell’arte asiatica come la pittrice nipponica Yayoi Kusama, una cui enorme zucca fu venduta lo scorso anno per 34 milioni.
Molto più marginale, invece, il ruolo dell’arte antica occidentale: tranne alcune eccezioni appannaggio di una ristretta élite di compratori, il mercato degli Old Masters fatica a imporsi in Asia, dove le barriere culturali e la minore immediatezza visiva limitano l’interesse dei collezionisti. Si diceva anche dell’evoluzione del gusto, perché se in passato il mercato cinese era caratterizzato da un forte orientamento speculativo, oggi si osserva una preferenza crescente per opere iconiche, di qualità museale, con una provenienza chiara e una storia espositiva consolidata. Allo stesso tempo si afferma una tendenza all’ibridazione culturale: le collezioni tendono a mettere in dialogo artisti occidentali e asiatici, riflettendo una visione sempre più globale dell’arte contemporanea; come sta accadendo, del resto, anche in Europa e negli States.
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