Erano piccoli come biglietti da visita. Avevano la consistenza di un tovagliolo usato male, quella carta che bastava un po’ di sudore nelle tasche per ridurla a poltiglia. Li tenevi tra il pollice e l’indice e sentivi che non erano niente, che non potevano valere niente, eppure con quei rettangoli di sei centimetri per undici compravi il caffè, il giornale, le sigarette, il resto della spesa. Avevano i colori sbiaditi degli uffici pubblici: verde salvia, azzurro ospedaliero, rosa di carta carbone, un giallino da ricevuta fiscale. In alto, stampato in caratteri che imitavano la solennità delle banconote vere, c’era il nome della banca. Banca Popolare di Bergamo. Banca San Paolo di Brescia. Credito Agrario Bresciano. Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli. In basso, una cifra ridicola: cento lire, centocinquanta, duecento, qualche volta trecento. Un numero tondo circondato da asterischi, come se quegli asterischi potessero conferire dignità a un pezzo di carta che un colpo di vento avrebbe potuto portarsi via. A destra, il valore stampato dentro un cerchietto colorato. A sinistra, qualche volta, un’incisione: un campanile, una piazza, un arco medievale. C’era perfino un numero di serie, come se fosse una banconota da centomila. Non lo era. Era un miniassegno, e fu la moneta più assurda e più italiana del Novecento.
Più di 835 tipi
Comparvero il 10 dicembre 1975, quando l’Istituto Bancario San Paolo di Torino ne stampò il primo esemplare da cento lire. Scomparvero tre anni dopo, nel 1978, come un’influenza stagionale. Nel mezzo, ne circolarono più di 835 tipi diversi, emessi da una sessantina di banche, per un valore complessivo stimato in oltre duecento miliardi di lire. Erano assegni circolari al portatore, già girati, intestati ad associazioni di commercianti o artigiani, che le banche avevano inventato per aggirare il divieto di emettere moneta. Perché il problema era questo: le monete non c’erano più. Erano sparite. Evaporate. Nessuno sapeva davvero dove fossero finite. La gente le tesaurizzava per paura dell’inflazione, i turisti le portavano all’estero come souvenir, i flipper ne ingoiavano milioni, e circolava la leggenda che i giapponesi le fondessero per fabbricare casse di orologi. Il risultato era che al bar non ti potevano dare il resto, al supermercato ti allungavano caramelle, francobolli, gettoni del telefono, e nelle botteghe di paese si tornava a una forma di baratto: ti devo venti lire, tieni un cerotto.
Le domeniche a piedi
Era l’Italia della crisi petrolifera, dell’austerità, delle domeniche a piedi. Lo shock del 1973, la guerra del Kippur, il prezzo del petrolio triplicato, l’inflazione che nel biennio 1974-75 sfondò il venti per cento. La Zecca stampava banconote a ritmo forsennato ma non si curava delle monete. Lo Stato era altrove. E allora ci pensarono le banche, con quella capacità tutta italiana di inventare soluzioni provvisorie che durano più del necessario. A Biella un esercente di cinema non riusciva a dare il resto su un biglietto da settecento lire pagato con mille. Si rivolse alla Banca Sella, che nel giro di pochi mesi ne stampò centocinquantamila, personalizzati con loghi, trasformando la necessità in marketing. Le macellerie, le gelaterie, le edicole, i bar, tutti ne chiedevano a pacchi. A Castel Bolognese un dottore pagò il giornale con una manciata di caramelle, e l’edicolante, per ripicca, gli diede di resto altre caramelle. Gildo dei Fantardi ci scrisse una canzone.
Oggetti fragili
Chi li ha avuti in mano sa che erano oggetti fragili, nati per non durare. Si sfaldavano in tasca, si incollavano tra loro, perdevano colore al primo contatto con l’umidità. Per le banche era un affare perfetto: ogni miniassegno che andava distrutto era un debito che si estingueva da solo. Alcuni diventarono oggetti da collezione, con serie turistiche decorate, paesaggi alpini, scorci di borghi. Nel marzo del 1976 la Procura di Perugia ne sequestrò migliaia con l’accusa di emissione illegale di biglietti di banca. Ma il fenomeno era più forte di qualsiasi Procura. Quando una società non ha spiccioli, la norma si piega alla necessità.
Bonus e app
Oggi guardiamo quei rettangolini con la tenerezza che si riserva agli oggetti di un mondo scomparso. Ma la tentazione del parallelo è forte. Non perché la storia si ripeta, non si ripete mai, non con lo stesso vestito. Ma perché certe dinamiche hanno una struttura ricorrente: una crisi energetica che sconvolge i prezzi, un’inflazione che erode il potere d’acquisto, uno Stato che sembra sempre in ritardo rispetto alla realtà, e i cittadini che si arrangiano come possono. Noi non abbiamo i miniassegni, abbiamo le bollette rateizzate, i bonus a pioggia, le app di pagamento che spezzettano ogni spesa in comode rate come se il debito, frammentato, pesasse meno. Cambiano gli strumenti, resta la stessa vertigine: la sensazione che il valore delle cose sia diventato incerto, negoziabile, provvisorio. Che il denaro sia un patto di fiducia sempre sul punto di essere rinegoziato.

I miniassegni durarono tre anni. Quando la Zecca riprese a coniare spiccioli, sparirono senza nostalgia, come le tessere annonarie o i bollini del razionamento. Li trovi ancora su eBay, quelli comuni a pochi euro, i rari a qualche centinaio. Sono la prova che l’Italia ha sempre saputo inventarsi una moneta quando quella ufficiale non bastava, con quella miscela di genio e approssimazione che Hans Magnus Enzensberger trovava ammirevole e inquietante. Erano carta velina con la pretesa di essere denaro, e per tre anni ci riuscirono, perché in fondo il denaro non è mai stato altro che questo: una promessa stampata che funziona finché qualcuno ci crede.
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