Doveva essere la rivoluzione alimentare del XXI secolo per un futuro senza bistecche. L’industria degli insetti come cibo è stata acclamata dalla Fao come una soluzione magica per molti dei problemi del nostro sistema alimentare. Le cose però non sono andate proprio come previsto. Il crac della francese Ynsect, uno dei campioni europei dell’allevamento di vermi e grilli, racconta infatti un’altra storia e pone una domanda che probabilmente si era archiviata troppo in fretta: gli insetti commestibili rappresentano davvero un’alternativa sostenibile e redditizia alla carne o sono l’ennesima promessa gonfiata da slogan green?
Ynsect non era una startup qualsiasi. Dopo aver raccolto negli anni capitali colossali – oltre 600 milioni di dollari – attirando investitori istituzionali e persino testimonial hollywoodiani come Robert Downey Jr. (la star di Iron Man), sedotti dalla narrazione green, il castello si è incrinato e crollato. Sebbene la bancarotta di Ynsect non sia da attribuire al fattore “schifo” che molti occidentali provano per gli insetti – visto che il cibo umano non è mai stato il suo obiettivo principale (produceva per mangimi) – il suo caso diventa comunque una lente per interrogare l’intero settore dell’entomofagia.
I presupposti green su cui si è costruita la narrazione reggono alla prova dei fatti? I confronti ambientali con manzo e maiale, su cui si basavano gli studi iniziali e ancora centrali nel marketing del settore, funzionano solo se gli insetti sostituiscono davvero la carne. In Europa, però, questo non sta accadendo. La quota di insetti allevati destinata al consumo umano resta marginale. La maggior parte finisce in mangimi premium o nel pet food. Quando arrivano sulle tavole, lo fanno sotto forma di ingredienti invisibili: farine, snack e prodotti da forno altamente processati. Più complemento che alternativa alla carne, con un impatto ambientale complessivo che rischia di ridimensionare le promesse iniziali.

Lo ammette la stessa Small Giants (tradotto: Piccoli giganti), azienda italiana che commercializza snack e sostituti della carne a base di insetti: «È un tema che divide molto l’opinione pubblica, con una forte componente generazionale – afferma a Moneta Edoardo Imparato, co-fondatore insieme a Francesco Majno -. I giovani sono più propensi a sperimentare e più sensibili alla sostenibilità». Ma convincere il consumatore ha un costo elevato, soprattutto in comunicazione, e la redditività resta un traguardo da raggiungere. Dopo aver raccolto quasi 800mila euro sul mercato nel 2023, Small Giants ha chiuso l’ultimo anno con un fatturato vicino ai 400mila euro (+80%), ma con una perdita superiore ai 200mila. L’obiettivo dichiarato è il break-even nel 2026. Intanto, gli ordini mensili oscillano tra 500 e 1.500, con un tasso di riacquisto superiore al 30%, segnale di apprezzamento tra i pionieri del gusto.
Sulla carta, le previsioni continuano a sorridere. Secondo Meticulous Research, il mercato globale degli insetti commestibili potrebbe passare da 2,4 miliardi di dollari nel 2025 a oltre 28 miliardi nel 2035, con una crescita annua del 28%. Stime più prudenti, come quelle di Precedence Research, parlano di 9 miliardi di dollari entro il 2034. Numeri certamente positivi, ma che dimostrano anche la difficoltà di prevedere il futuro di una industria nuova.
Uno studio pubblicato sulla rivista Sustainable Agriculture sottolinea come non solo le prime ricerche facevano supposizioni errate (come la sostituzione della carne con gli insetti nella dieta quotidiana), ma non prevedevano neppure alcuni potenziali rischi. Tra questi, come l’allevamento intensivo di insetti possa favorire la diffusione di malattie, con il pericolo di trasmissione a specie selvatiche, inclusi impollinatori fondamentali per gli ecosistemi.
Il fallimento di Ynsect non segna certo la fine degli insetti commestibili, ma sgonfia quantomeno l’entusiasmo acritico. «Il dibattito è diventato quasi una contrapposizione tra farina di grillo e tradizione – risponde Imparato -. Non si tratta di sostituire le tagliatelle della nonna ma di offrire una scelta in più». Una scelta che, per diventare davvero sostenibile – economicamente e ambientalmente – dovrà dimostrare di poter stare in piedi senza vivere solo di narrazione.
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