Wall Street continua ad essere l’epicentro dei mercati globali e le banche d’investimento non sembrano aver dubbi che anche quest’anno la Borsa di New York toccherà nuove vette. L’appetito verso l’azionario a stelle e strisce rimane alto anche dopo tre anni consecutivi di rialzi a doppia cifra e multipli che viaggiano a livelli storicamente elevati. C’è però una variabile che spesso viene trascurata.
Nonostante l’ampio rialzo (+16%) con cui l’indice S&P 500 ha archiviato il 2025, l’investitore dell’area euro si è ritrovato sul conto titoli ritorni reali ben differenti: il simultaneo crollo del dollaro ha infatti azzoppato i rendimenti effettivi a un risicato 5%. L’esposizione al rischio cambio è quindi un fattore dirimente in un contesto come quello attuale dove la combinazione di politiche fiscali e monetarie incerte, globalizzazione dei capitali e trend di de-dollarizzazione ha spinto la valuta americana alla sua peggiore performance negli ultimi cinque decenni. Le attese per il prossimo futuro appaiono ancora alquanto nebulose, considerando anche il conto alla rovescia il nuovo corso della Federal Reserve che a maggio vedrà Jerome Powell passare il testimone al nuovo presidente scelto da Donald Trump e che con ogni probabilità andrà a imprimere una svolta più accomodante.
Stesso copione
Goldman Sachs nel suo Global FX Outlook per il 2026 vede la riduzione della sovraperformance statunitense rispetto al passato portare a una diminuzione della domanda di attività statunitensi e quindi un ulteriore indebolimento del dollaro. Se da un lato le attese degli analisti sono positive su Wall Street – con la previsione media che indica una performance annua del 7,5% – l’eventualità di una continuazione del debasement del dollaro, imporrebbe una attenta valutazione sul peso dare in portafoglio agli asset denominati in valuta americana.
Lo stesso discorso fatto per gli indici di Wall Street vale anche su altri mercati o asset denominati in dollari Usa, a partire dalle materie prime. A ben vedere anche l’indice azionario globale Msci World implica un’esposizione elevata al dollaro alla luce dell’elevatissimo peso raggiunti dalle azioni degli Stati Uniti, pari a circa il 70% del totale. Inoltre, le ampie fluttuazioni valutarie non riguardano solo il dollaro; ad esempio, anche lo yen è sceso a doppia cifra lo scorso anno rispetto all’euro andando anche in questo caso ad azzoppare le performance dell’investitore domestico che ha puntato sulla Borsa di Tokyo.
Airbag protettivo
In definitiva il rendimento totale di un investimento fuori dai confini dell’area euro si scompone in performance in valuta locale più variazione della divisa contro euro: ipotizzando che il benchmark azionario sale del 10%, ma il dollaro perde l’11%, il risultato netto finale per l’investitore andrà a essere negativo. Il rischio valutario può quindi arrivare a valere tanto quanto il rischio equity. Così molti investitori professionali quali fondi pensione, assicurazioni e i maggiori family office stanno attuando strategie di copertura dal rischio cambio, ossia inserire in portafoglio strumenti “currency hedged” che neutralizzano l’impatto valutario tramite derivati, consegnando il rendimento puro dell’indice sottostante. E nel corso del 2025 la quota di investitori stranieri che ha scelto di neutralizzare la sua esposizione al dollaro è arrivata a un picco dell’80% degli afflussi verso le azioni statunitensi (dal 20% di un anno prima) e al 50% degli afflussi verso le obbligazioni Usa.
La voglia di Wall Street rimane quindi alta, ma allo stesso tempo è lievitata quella di non esporsi al rischio mini-dollaro. Così potrebbe essere anche in futuro in quanto la prospettiva di una debolezza strutturale del dollaro invoglia a mettere in portafoglio strumenti quali gli Etf con lo scudo valutario che, a fronte di costi leggermente superiori, vanno a sterilizzare le fluttuazioni dei cambi.
Dai dati Morningstar emerge con forza come la copertura valutaria abbia premiato nell’ultimo anno. Nella categoria materie prime, gli Etf sui metalli preziosi dominano la classifica a 12 mesi, con tutto il podio occupato da Etf a copertura valutaria rispettivamente su argento e platino, che hanno fatto meglio di circa 20 punti percentuali rispetto ad Etf analoghi senza copertura valutaria. Chiaramente, in caso di movimenti contrari – ossia con l’euro che perde valore rispetto al biglietto verde – i classici uncovered permetterebbero di catturare il bonus valutario. Diversi investitori adottano anche un approccio misto, ossia animano il portafoglio sia di investimenti coperti che non coperti per capitalizzare i potenziali movimenti valutari gestendo al contempo il rischio.
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